Questione di Tempo: un film diviso in due

Questo è l’esempio di come un film possa essere bellissimo e non riuscitissimo, difettoso ma emozionante! Un film letteralmente diviso in due parti diverse per atmosfere e per emozioni, la seconda si trascina, a tratti cade nell’ovvio, ma nell’insieme alla fine sei contento di aver visto un film così colorato, malinconico, pieno di gioia, irreale, naif, ma alla fine scontato nella conclusione come a volte lo è una semplice verità che si scopre nel corso dell’esistenza.

Il film è diretto da Richard Curtis, sceneggiatore inglese famoso per aver scritto Notting Hill (dimenticabilissimo se non fosse per l’amico biondone in mutande di Hugh Grant!), Quattro matrimoni e un funerale (niente di che) e Il Diario di Bridget Jones (Non ce la posso fare! Troppo brutto nonostante ci sia Colin Firth che adoro!). Però come regista ha fatto un film che a me è piaciuto molto che è Love Actually , nel quale si intrecciano diverse storie d’amore alcune delle quali raccontate davvero bene con ironia tutta Brit con attori bravissimi (tra cui Emma Thompson, Alan Rickman, Colin Firth, Bill Nighy, così tanto per dirne qualcuno).

In questo film ritroviamo Bill Nighy, attore che spesso ha lavorato con Curtis (lo troviamo anche in I love Radio Rock sempre dello stesso regista), attore che ho imparato a conoscere grazie al fatto che sotto la testa da polipo ricostruita con la computer grafica di Davy Jones in Pirati dei Caraibi, c’era proprio lui, e grazie alla sua enorme capacità nell’usare le espressioni degli occhi e della sua voce, è riuscito a dare vita ad un immenso cattivo antagonista! (Io ho un debole per i Pirati…. ma questa è un’altra storia….).

Il film ha come protagonista un ragazzo, Tim, interpretato da Domnhall Gleeson, (per la cronaca è stato uno dei fratelli rossicci dell’amico rossiccio di Harry Potter, quello che si sposava alla fine credo!). Tim è imbranato e come ogni imbranato che si rispetti per trovare una ragazza ha qualche difficoltà. Un giorno il padre , Nighy appunto, gli svela che i maschi della loro famiglia posseggono il dono di viaggiare nel tempo ma solo all’indietro e non possono intervenire nei fatti della storia, solo in situazioni personali. Per esempio non puoi ammazzare Hitler, per dire. Questo dono diventa un espediente divertente nella prima parte del film, con dei continui salti di Tim indietro per poter al meglio conquistare la ragazza di cui si è innamorato, migliorando le varie performances (divertentissima la scena della loro prima volta a casa della ragazza! Chissà quanti maschietti vorrebbero lo stesso dono!).  Mary, la ragazza di cui Tim si innamora, è interpretata da Rachel MacAdams, che i più ricordano in Midnight in Paris di Woody Allen, ma io preferisco ricordarla giovanissima nel suo primo film, My name is Tanino di Paolo Virzì, film che mi sta particolarmente a cuore per svariati motivi che non sto qui ad elencare, nonché per il fatto che è girato dove ogni estate io vado al mare, proprio lì in quella caletta dove lei fa impazzire Tanino alias Corrado Fortuna.

Ritornando al film la prima parte è piena di colori, divertenti situazioni non banali in un contesto davvero naif, soprattutto perché per i famosi salti nel tempo non è stato usato nessun effetto speciale ma solo un espediente quasi da gioco di bambini: chiudersi al buio in un armadio stringendo i pugni! Potevano stupirci con effetti speciali, ma questo è un film che racconta con leggerezza di sentimenti ed emozioni che almeno nella prima parte sono un’esplosione di colori e musica e campagna inglese meravigliosa! Sì perché un pregio di questo film è raccontare il tutto immersi tra le scogliere della Cornovaglia estiva e in una Londra colorata, viva, romantica, diversa dai luoghi comuni che la vogliono cupa, grigia, gotica e incazzata. Ci sono vestiti leggeri e colorati, spiagge con un mare azzurro, fiori ovunque e il clou di questa esplosione di vita si ha con la scena del matrimonio, che mette tutte queste cose insieme sotto un temporale torrenziale e ventoso come da copione in Cornovaglia ma che non scalfisce di un millimetro la gioia degli invitati e soprattutto di una sposa bagnata fradicia di rosso vestita che entra in chiesa sulle note de Il Mondo di Jimmy Fontana (già, proprio lui! E vi assicuro che è una delle scene più belle che abbia mai visto!).

Dopo questa evento il film cambia, in maniera quasi brusca, arranca stancamente e perde molta freschezza. Man mano la favola imbranata e goffa fa i conti con la realtà. Il dono del tornare indietro nel tempo se prima era un gioco adesso viene utilizzato per cercare di risolvere situazioni per niente leggere, per niente colorate, per niente divertenti. Il film risente di questo e mentre si guarda pensi “Però che peccato andava così bene!” . Poi ripensandoci alla fine forse è voluto questo arrancare, perché alla fine si capisce che per quanto questo dono lo abbiamo invocato almeno una volta nella vita, se tornassimo indietro alcune cose non le potremmo cambiare perché non possiamo impedirle. Non possiamo impedire che le persone che amiamo soffrano. O per esempio se tornassimo indietro per fare altre scelte chi ci assicura che poi al ritorno nel presente troveremmo le cose come le abbiamo lasciate? Ogni azione, ogni sbaglio, ogni cosa che noi abbiamo fatto  e scelto, ha avuto delle conseguenze, ma ci ha resi quello che siamo, nel bene e nel male. Il dono che ha Tim non gli permette di andare nel futuro perché è tutto da costruire con ciò che abbiamo imparato dal passato. E allora cosa rimane se non vivere il presente come se ogni giorno fosse il giorno più importante di tutta la tua vita nella sua banale quotidianità?

E’ vero, il film arranca, è vero Bill Nighy poteva essere sfruttato meglio nella sua verve umoristica tutta britannica, è vero che il film è letteralmente diviso in due e alla fine si pensa che poteva essere fatto meglio, ma resta il fatto che quella scogliera in Cornovaglia mi è rimasta dentro e quella leggerezza piena di pioggia e di vento della scena del matrimonio mi ha fatto emozionare e la banale verità del finale mi ha fatto riflettere. Forse a volte basta questo perché un film imperfetto sia comunque bellissimo!

Per finire: questo è un film molto British, con personaggi stravaganti (tipo l’amico che ospita Tim a Londra, un autore teatrale eternamente incazzato con il mondo, interpretato da Tom Hollander, anche lui già visto in Pirati dei Caraibi nel ruolo di Cutler Becket … sempre pirati!), con una notevole colonna sonora (Dai Cure a Nick Cave tanto per dire!), un film dove pure la metropolitana di Londra diventa un posto bellissimo, è un film che secondo me vale la pena guardare fosse solo per sognare di stare in quella spiaggetta della Cornovaglia a prendere il tea con i personaggi, godendosi un caldo pomeriggio inglese….

Ed eccola allora la scena del matrimonio!

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Oggi ho incontrato Giuseppe Battiston (e non se n’è accorto nessuno!)

Ci sono giorni in cui mi sento come una che abita in un altro pianeta e ogni tanto scende sulla terra per le normali commissioni, tipo fare la spesa, per dire. Che poi mi sento una scema, io che di fare la snob manco mi passa per l’anticamera del cervello. Però davvero mi sento come se parlassi un’altra lingua e quando dico qualcosa mi capisco solo io!

Oggi mi trovavo in un negozio gastrofighetto che vende meravigliosi derivati di maiali a forma di salami, salsicce e altre cose grasse, maledettamente buone. Ci vado poco, solo quando voglio farmi male sia al fisico che un po’ anche al portafoglio, anche se non più di quanto si possa pensare. Ma andiamo oltre. Entro dentro e mi accorgo che accanto a me c’è un signore alto, ben messo, con barba e un inconfondibile accento veneto, che sta scegliendo tra salsicce, trita, salamini. E non posso non notare che si tratta di uno dei miei attori preferiti, cioè Giuseppe Battiston! Noto subito che è dimagrito molto anche se nel fare la spesa non si fa mancare proprio nulla del ben di dio che ha davanti. La sua figura rimane sempre imponente ma sta molto bene, ha sempre quell’aria buona che mi piace molto. Io vado subito in brodo di giuggiole, ma siccome sono anche un po’ imbranata faccio la parte di quella che è superiore alle faccende del mondo dello spettacolo e non alzo neanche un sopracciglio. Intendiamoci, io non ho la faccia tosta di fermare uno famoso e chiedergli, con l’espressione di chi ha davanti la madonna, un autografo. Non sono mai stata una fan neanche quando avevo 15 anni e mi piacevano i Duran Duran (ebbene si! Ma poi ascoltavo anche The Cure, The Smith, David Bowie, i Talking Heads… insomma ero di ampie vedute!), mi sembravano cretine quelle che piangevano come disperate perché avevano visto l’angolo destro della giacca di Simon Le Bon e si illudevano di poterlo sposare! E poi a me Wild Boys ha sempre fatto cagare come canzone e come video, indipendentemente dal fatto che mi piacessero i ragazzotti in questione!

Ritornando a Battiston, insomma ero lì a scegliere i miei salamini accanto a un attore che ritengo molto bravo, uno dei migliori della sua generazione, un attore che ha fatto film di registi che mi piacciono come Mazzacurati e Soldini. Un attore che con la sua stazza riesce a dare leggerezza ai personaggi che interpreta, un attore che fa teatro, insomma un attore completo. E nella mia testa, mentre ero al bancone indecisa tra un salamino al barolo e uno alla birra, mi ero convinta che tutti in quel negozio lo avessero ricunosciuto, vista la simpatia con cui la banconista lo trattava, tanto che alla fine della spesa (una bella spesa! Il nostro è un grandioso buongustaio!) lo ha pure omaggiato con una confezione di wurstel fatti con un suino che credo conoscesse personalmente, allevato solo con speciali ghiande provenienti dai boschi degli elfi delle fate. Quindi Battiston paga, ringrazia tutti, auguri per tutti ed esce. Io tutta contenta mi avvicino alla cassa per pagare i miei salamini ubriachi e tutta contenta dico “Era lui!” alla cassiera che mi guarda un po’ stranita. Allora continuo la mia performance da cinefila incallita :” Quel signore di prima era un attore…”. Quella mi guarda e “Ah si? E chi era?”. Io con una faccia del tipo staischerzando le faccio :”Battiston!” . Quella si gira verso la collega e le fa: “Hai capito? Hai servito un attore!!!” . E poi mi fa:” Ma perché che film ha fatto?” . IO sempre continuando sulla stessa strada ormai senza uscita:”Ha fatto tanti film, ad esempio ha lavorato con Mazzacurati!” . Gelo. Silenzio. “Ah ma io non riconosco mica tutti! Tipo quando qui veniva Andrea Agnelli mica lo riconoscevo!” . Lì ho capito tutto. Andrea Agnelli credo non lo riconosca neanche suo cugino. Ma non è questo il punto. Il punto è che stavo parlando di robe che erano sconosciute, che se avessi parlato di Neri Parenti allora si forse si. Ma anche no, perché se la gggente vede un film mica chiede chi è il regista! Basta solo che ce fa ride e semo contenti! Che poi Battiston ha fatto anche delle serie in tv tipo “Tutti pazzi per amore”, una di quelle cose easy che acchiappano il pubblico e permettono all’attore di poter far cassa e dedicarsi per esempio al teatro (Battiston ha dato corpo, stazza, e anima ad Orson Welles in teatro, ha fatto il Macbeth per dire!) visto che purtroppo in questo paese di cultura non si campa. Ma gnente, a noi ci piace guardà senza capì, che nun ci abbiamo molto tempo da perde! Metti pure che Battiston non ha il fisico di un tronista, ma di un essere umano normale, un po’ impacciato ma tanto bravo. Che me lo ricordo a fare allora!

E lì ho capito che certe volte faccio meglio a stare zitta. Almeno mi sento meno scema e mi sento meno aliena. Non so, mi è sembrato che fosse un esempio di come alla mediocrità non ci sia limite, di come l’essere famoso dipenda da quanti minuti di urla e strepiti e chiappe fai vedere in tv. Sono snob? Non credo, sono solo una che si guarda intorno, ma forse questo è considerato snobismo, anche se non sto sulle terrazze romane sorseggiando prosecco e discutendo dei problemi della sinistra. Sto a casa mia sorseggiando acqua del rubinetto e guardando più film che posso. E’ questo il mio errore. Da domani mi sfonderò di programmi di Maria De Filippi così se incontro un tronista almeno mi mescolo alla massa adorante! ….. Ma anche NO!

Vi lascio con un accorato appello di Giuseppe Battiston contro gli attori cani. Così chi non sa chi è, capisce che forse tra i tanti cani ci sono degli attori che, per quanto facciano prevalentemente parti secondarie, sono bravi. Che poi secondario non vuol dire insignificante, perché l’attore secondario è colui che supporta il personaggio principale e a volte gli da spessore, specie se l’attore che lo interpreta è un cane!

 

 

Arieccomi!!!! (Caso mai qualcuno stesse in pensiero …..)

The Mad Hatter: Have I gone mad? [Alice checks Hatter’s temperature] Alice Kingsley: I’m afraid so. You’re entirely bonkers. But I’ll tell you a secret. All the best people are.” (Tr. Cappelaio Matto: Sto diventando pazzo? Alice: Temo di si. Sei completamente pazzo. Ma ti svelerò un segreto. Tutte le persone migliori lo sono.)(Lewis Carroll – Alice in Wonderland)

Sono stata lontana e non è detto che sia del tutto tornata. Perché ci sono cose nella vita che ti rincorrono anche se tu non vuoi, o forse è solo che ad un certo punto permetti loro di raggiungerti e non puoi fare altro che fronteggiarle. Un po’ come la scena del cavaliere rosso nel film “The Fisher King” di Terry Gilliam. Ognuno ha il suo mostro che lo rincorre, che fa paura, che con il terrore che incute, toglie anche la possibilità di vivere le cose belle che accadono e alla fine se ti raggiunge non hai più la forza che credevi. O forse semplicemente ti sei dato per vinto pensando che sempre nella vita puoi farcela da solo. Se però ad un certo punto capisci che sei tu che permetti tutto questo, sei a metà strada verso quello che ad alcuni sembra un baratro senza fine, ma che invece diventa una opportunità per capire chi cazzo è quella persona che sembra così diversa da quella che credevi di essere.

La paura è una delle armi più devastanti che ci possano essere al mondo. La paura prende possesso del cervello, lo disinnesca e lo fa marciare alla sua velocità, impedendogli di reagire alle varie situazioni nel modo giusto, amplificando gli stimoli che il cervello manda al corpo, in modo da renderlo succube e morbosamente attaccato alla paura tanto da doversene cibare di continuo. E’ come un drogato, sa che quella merda che prende lo distrugge ma non può farne a meno. Il corpo va in tilt, reagendo con stimoli che normalmente sarebbero una difesa, come il dolore che ci avverte di un malessere anche piccolo, ma in questo caso questi stimoli diventano un attacco che alimenta la paura. E tu hai bisogno di qualcuno che ti dica che quegli stimoli corrispondono a malattie ben precise, magari che non esistono perché sono solo dentro il tuo cervello che ormai va per cazzi suoi, macinando a 3000 giri al minuto.

Ma arriva un momento in cui stare lì ad aspettare il prossimo giro di valzer di ansia (ecco la parolina chiave… ANSIA) rende la tua vita e quella di chi ti sta attorno una merda e pensi che sei solo tu il pirla che ha permesso tutto questo. Perché? Ci sono mille motivi e si può stare lì ad analizzarli tutti, oppure si può cercare di vivere e basta. Soprattutto ridendoci su e avendo qualcuno accanto che ti smonta pezzettino per pezzettino tutte le tue pippe! Sbagliato commiserare e commiserarsi soprattutto perché potrebbe essere utile impattarsi (Si proprio impattare, sbatterci contro con violenza!) con gente che realmente ha delle malattie, incurabili e terminali, e capire che forse tu sei una merda che ancora ti fai venire le paturnie per un mal di schiena! Crozza nell’ultima puntata del suo spettacolo ha meravigliosamente spiegato la pirlaggine che attanaglia purtroppo gran parte di questo bel mondo civile: http://www.la7.it/crozza/video/crozza-e-lansia-di-antonio-razzi-04-04-2014-129598 Sento già gli strali di chi pensa, dall’alto del suo personale groviglio ansioso, che io la faccia semplice, che stia trattando un malessere così profondo con troppo cinico e spiccio giudizio. “La fai facile tu!”. Se fosse stato facile a quest’ora stavo facendo altro che scrivere questi giudizi su me stessa. Come se fosse facile sbattere contro le proprie miserie, ancora sto cercando di riparare i danni e le ecchimosi e ancora non so se ci riuscirò del tutto. Ma ho fatto mia la frase di Jep Gambardella nel film “La Grande Bellezza” quando dice:””La più consistente scoperta che ho fatto, pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni, è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare …”. Infatti ho capito che le mie energie, poche e molto fragili, vanno spese bene e messe a frutto di ciò che realmente ritengo importante nella mia esistenza. Non posso permettermi di sciupare tempo e fiato per cose che alla fine tolgono tempo e fiato a chi mi sta accanto e a chi ha diritto di avermi vicino nella sua crescita. Non voglio non accorgermi che mia figlia ha un problema, perché sono troppo aggrovigliata su me stessa e le mia paturnie. Non voglio non poter più guardare in faccia mio marito perché presa da mille pensieri altrove. Ho dovuto fare delle scelte anche nel mio impegno sociale proprio per ottimizzare al massimo anche quello. Non ho mai avuto pretese di cambiare il mondo, ma ho provato a dare il mio piccolo contributo in svariati modi. Credo di aver dato in anni in cui parlare di mafia e antimafia era una roba per pochi sfigati. Io ho visto da vicino come vivono le persone che lavorano per questo stato, ben prima che fosse di moda fregiarsi di titoli come “società civile” e “impegno antimafia”. Ho visto l’angoscia dei familiari e la lontananza dei cittadini, ho vissuto le stragi, il dopostragi, i cortei, i lenzuoli ai balconi, “Le loro idee cammineranno sulle nostre gambe”, ero in mezzo alle catene umane a Palermo dopo le stragi, davanti il tribunale, ho visto insediarsi Caselli, ho visto partire i processi a Caltanissetta, ho visto Caltanissetta con l’esercito con i sacchi di sabbia stile trincea davanti ai portoni dei magistrati che si occupavano di quei processi, ho visto le scorte, gli allarmi, le minacce, ho sperato, ho visto il nulla dopo, sono andata via, sono tornata, e ho visto il peggio con due Presidenti della Regione osannati come benefattori e poi condannati per mafia. Negli ultimi anni ho cercato di dare un piccolo contributo ma mi sono resa conto che questo paese non impara mai dai propri errori, che li reitera e li perpetua e io ho perso fiducia in questo popolo. Quando si ripetono gli stessi errori significa che non c’è una reale voglia di cambiamento. Io non mi sento più a mio agio in questo paese, ma devo rimanerci per motivi contingenti al fatto che per vivere devo stare qui. Ma credo che per la mia vita e la mia salute nonché cosa più importante, per il benessere della mia famiglia, la scelta migliore sia cercare di insegnare tutto quello che so a mia figlia, cercare di farle imparare l’inglese e insegnarle che il mondo è grande, è bello, è vario, che ci sono bellissime cose da scoprire, che deve leggere quanto più può, guardare tutti i film che può e io con lei, conoscere ed essere curiosa, che non deve aver paura di guardare aldilà del suo naso, che anche se le diranno che l’Italia è il centro dell’Universo, non è così, che siamo solo una piccola parte di un mondo più complesso e variegato e soprattutto che può diventare ciò che vuole, che può essere e scegliere ciò che vuole, anche se questo significherà andar via. Qualcuno potrà obiettare che può essere una scelta egoista. Io dico che è la scelta giusta PER ME, e che ho bisogno di ritrovare cose di me stessa che rischiano di perdersi nel bailamme delle urla e schiamazzi. Io non mi sono mai sentita in guerra con nessuno, non ho mai preteso di avere verità inconfutabili o di avere idoli e guru da seguire. Ecco perché m’incazzo se l’ansia prende il controllo del mio cervello. Nessuno sinora è mai riuscito a farmi fare cose che non volevo, figurarsi se posso permetterlo all’ansia. Le cose brutte purtroppo non si possono evitare, e a fatica sto cercando di rendermi conto che ciò che conta davvero è l’intensità con cui si vive godendo e cercando ciò che ti far star bene. Come ho detto all’inizio non so se sono tornata del tutto e probabilmente il mio cavaliere rosso proverà ancora ad inseguirmi e a braccarmi ma spero di mettere in pratica quello che cantano I Cani nella loro canzone “Lexotan”: “Se dovessi avere sulla tangenziale la tachicardia, cercherò di ricordare che nonostante tutto c’è la nostra stupida impropabile felicità, la nostra affatto fotogenica felicità, la sciocca, ridicola, patetica, mediocre inadeguata…. inadeguata felicità”

A volte è necessario sentirselo dire!

Citazione

Questo è un periodo strano, complicato e non molto chiaro, di quei periodi che più cerchi di capirci qualcosa più non riesci a cavarne un ragno dal buco. Anche questo blog l’avevo pensato in un modo, ma credo che sia necessario farlo crescere verso altro, perché io sono tante cose, a volte troppe, cose che si affastellano e si presentano tutte insieme e fanno lavorare il cervello a tremila giri.
Oggi avevo bisogno di far spazio nel mio cervello che sta prendendo il sopravvento su tutto, viscere, gola, muscoli, ossa comprese. E allora sono andata a ripescare un vecchio film, Don Juan De Marco. L’ho scelto sia perché vedere Johnny Depp che bacia una serie di volte fa sempre bene (film visto in lingua originale, perché sentire Johnny Depp doppiato con la voce da adolescente mi smonta l’atmosfera!), sia perché avevo bisogno di vedere una scena tra Marlon Brando e Faye Dunaway che mi ha sempre colpito moltissimo. Cosa rimane di una coppia dopo tantissimi anni insieme, quando si conosce così tanto dell’altro, tutte le manie, gusti, nevrosi, difetti, ma si dimentica di fare l’unica domanda sensata da fare in mezzo a tazze sporche, bollette, figli, e tante altre cose? “Ho bisogno di sapere chi sei davvero, voglio sapere quali sono i tuoi sogni, i tuoi desideri. Se si sono persi lungo la strada mentre io pensavo a me stesso.” . Ebbene si, uno pensa che mai questa domanda verrà  fatta! Invece è bello farsela a vicenda e scoprire le risposte!

“Jack Mickler:
I need to find out who you are.

Marilyn Mickler:
Jack, you know who I am. Who’s brought you coffee for the last
thirty-three years?

Jack Mickler:
Listen, I know a lot about dirty
coffee cups and I know a lot of facts. But I need to know, all about
you.

Marilyn Mickler:
What do you wanna know?

Jack Mickler:
I wanna know… what your hopes, and your dreams are. They got lost
along the way, while I was thinking about myself. What’s so
funny?

Marilyn Mickler crying and laughing at the same time:
I thought you’d never ask. “

Il film è uno di quelli che si guardano quando si hanno due ore libere e non si ha nulla da fare, ma anche in questo tipo di film ci sono piccole perle come Marlon Brando e Faye Dunaway, bellissimi, commoventi, che ricordano quanto nella vita, nonostante tutto, quel rompiscatole che hai accanto è quello a cui puoi raccontare tutto, le tue miserie e i tuoi sogni, provando a vivere queste cose! E che tu in quanto a rompiscatole non scherzi! E allora forse invecchiare così è la cosa che ti auguri di poter vivere sino in fondo!!!

Carnage, ovvero il dio del massacro che è in ognuno di noi.

Questi sono giorni in cui abbiamo assistito a rutilanti scene di insulti ad alzo zero, gare a chi la sparava più grossa, dando ognuno dell’incivile all’altro e facendosi paladino di un mondo da salvare dalle barbarie (e da internet, il diavolo!). E mentre il gioco del rimpallo di chi avesse per primo detto parole brutte brutte continuava, come neanche nei peggiori asili di Caracas, (nulla di nuovo sotto il sole, solo il solito puzzo di stantio!) mi capita tra le mani un film che avrei sempre voluto vedere, “Carnage” di Roman Polansky, film che già dalla sinossi prometteva di mettere in scena una discesa agli inferi del dialogo e della civiltà! Bene, dico, vediamo che succede!
Film del 2011, con quattro attori di grandissimo livello come Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e Jonh C. Reilly, unici protagonisti dall’inizio alla fine in un unico spazio, l’appartamento di Brooklyn di una delle due coppie, nel quale si consuma il massacro, la carneficina appunto. Il film è tratto da una pièce teatrale della scrittrice francese Yasmine Reza, “Il dio del massacro”, e infatti Polanski sceglie di mettere lo spettatore di fronte l’azione come se fosse in un teatro. Questo già da il senso di un contesto che non ha spazi aperti, ma che racchiude in quei pochi metri quadri tutta la miseria che man man vien fuori da ogni personaggio, creando un ambiente claustrofobico nel quale nessuno può scappare, dove non ci sono vittime o carnefici, ma solo macerie umane.
La storia prende spunto dal tentativo di dialogo civile tra due famiglie, in seguito ad uno scontro fisico violento avvenuto tra i rispettivi figli. I genitori dei pargoletti di 11 anni iniziano un dialogo, con cortese ma falsa civiltà, per sistemare le cose, ma, man mano questa falsità comincia a cadere, i dialoghi diventano sempre più intensi e crollano tutte le difese. I quattro protagonisti incarnano alcuni degli stereotipi della cosiddetta società civile occidentale: c’è l’intellettuale molto radical chic, che si interessa di cultura, arte, scrive o almeno ci prova, ma soprattutto cerca di occuparsi attivamente delle miserie e delle catastrofi della lontana Africa, per non affrontare le sue personali miserie e catastrofi. Personaggio chiave, (ma in realtà lo sono tutti!), perché lei è una sorta di giudice con la sua verità assoluta in tasca. C’è suo marito, un uomo mediocre, che tenta di star dietro, apparentemente, a questa idea di società civile, ma che in realtà vuole sguazzare nella sua mediocrità e ci sta pure benone. C’è poi l’avvocato, perennemente attaccato al cellulare perché deve occuparsi di non far perdere il suo importantissimo e danaroso cliente, usando ogni mezzo, un uomo alla fine con una sua coerenza, che sa a cosa porterà tutto questo teatrino di cortesie pelose. E infine c’è sua moglie, una donna sensibile finché non le si tocca la sua borsa firmata e il suo rossetto. E sarà proprio lei a creare lo spartiacque tra il prima e il dopo, che darà inizio al massacro, a causa della  sua tendenza a somatizzare situazioni difficili, (con una scena che neanche sotto tortura rivelerò!). I personaggi di volta in volta si alleano due contro due, a seconda di chi e cosa bisogna colpire e quindi ognuno è vittima o carnefice dell’altro. Perché si sa, l’unione fa la forza soprattutto quando bisogna sputare in giro. Credo sia la vigliaccheria insita in ognuno di noi, quando non si hanno argomentazioni valide, ma solo unghie che strisciano sugli specchi e si ha bisogno di non cadere.

E’ chiaro sin da subito che nessuno tra di loro ammetterà mai il fatto che forse, i rispettivi figli, se hanno avuto comportamenti inadeguati, molesti o addirittura violenti, forse lo devono a quello che vedono e sentono dai loro rispettivi genitori. Basta ascoltarli queste mamme e papà, sotto l’effetto dell’alcol, che alla fine fungerà da macchina della verità, trasfigurando le loro faccine pulite e facendo cadere la maschera definitivamente. E in questa progressiva discesa agli inferi, aldilà del facile riferimento all’educazione familiare che è solo il primo strato superficiale del testo, vi è una più profonda analisi di una società che si sta sgretolando sotto la sua stessa apparente civiltà. Sembra che il dialogo debba per forza affermare una verità inconfutabile rispetto ad un’altra e non magari far solo emergere differenti punti di vista che poi possono portare a soluzioni condivise o anche a nessuna soluzione, ma solo a riflessioni. La mediocrità diviene l’unico modo per affrontare le cose in una specie di crociata contro le ipocrisie che diventa più ipocrita di ciò che si vuol combattere. Perché non è solo un discorso di cortesia ed educazione o di rispetto, è qualcosa che va oltre e sfiora davvero la dignità del pensiero umano e della parola civiltà, intesa come riconoscere nell’altro qualcuno che alla fine non fa più schifo di quanto non lo possa fare tu e da questa base cercare di risalire verso la superficie della pozzanghera di miserie nella quale ci si ritrova. Invece la tendenza sembra quella di allargare la pozzanghera vomitando (è il caso di dirlo!) l’uno sull’altro, tutto il marcio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’incapacità di rendersi conto che in realtà si è diventati ciò che non si vorrebbe essere, il fallimento. Alla fine però rimangono solo macerie, fiori disintegrati, puzza di vomito, vetri rotti, persone svuotate.
La soluzione sembrano trovarla i figli, e questo vuole essere un barlume di speranza in questa carneficina, che questi figli, che le prossime generazioni, non facciano gli errori dei loro genitori, anche se secondo me con questi esempi, se dovesse accadere, sarebbe un miracolo!
Infine voglio spendere due parole per gli attori: bravissimi, talmente bravi che ad un certo punto ho pensato che a Jody Foster le venisse un accidenti per quanto gonfia le vene del collo nel recitare con tanta foga! Kate Winslet è perfetta, Christoph Waltz è un mito nel fare personaggi non proprio gradevoli, e John C. Reilly, con quella faccia apparentemente buona, riesce a dare l’idea del personaggio grottesco che interpreta. Il bello è che si ride e la loro bravura nel trasmettere il senso del ridicolo nel quale si cacciano con le loro manie, abitudini, paure, rende il paradosso dello spettacolo degradante al quale si assiste ancora più grande. Insomma vale la pena di vedersi schiaffate davanti le miserie di questi quattro personaggi perché potrebbe essere come guardarsi allo specchio, se solo si ha l’accortezza però, di buttare la maschera del più bravo di tutti e mettersi in discussione!
Gustatevi una piccola anteprima trovata su youtube!

E’ morto Philip Seymour Hoffman

Avrei voluto scrivere qualcosa sulla morte di Philip Seymour Hoffman, ma la mia reazione alla notizia è stata solo silenzio, pieno di perché, rispettoso di una vita forse troppo geniale per poterla sopportare.
Poi ho letto questo articolo di  e ho pensato che ha detto tutto quello che io non riesco a mettere giù. Leggetelo perché PSH, come lo chiama Raimo, c’è ancora nei suoi film e questa credo sia la cosa più assurda ma più grandiosa del cinema!

Amare Philip Seymour Hoffman

di pubblicato  lunedì, 3 febbraio 2014

Philip Seymour Hoffman era il mio attore preferito. Uno per cui qualche ora fa i miei amici mi hanno mandato dei messaggi di timide condoglianze. Lo era diventato definitivamente quando vidi La famiglia Savage, un film del 2007 di Tamara Jenkins, che è la storia di un fratello e una sorella che non si sono mai filati troppo tra di loro e si ritrovano costretti a occuparsi da un momento all’altro del padre malato. Non era difficile immedesimarsi nel personaggio di Jon Savage per chi come me fa parte di una generazione iperformata culturalmente e handicappata dal punto di vista emotivo. La goffaggine nel trattare col padre, una virilità tutta scomposta, il fisico imbolsito di chi è diventato grassoccio dopo l’università e non dimagrirà mai più, il desiderio di sentirsi adulti e il non saper da dove cominciare: PSH dava un corpo a tutto questo; a una comunità di spettatori che vedeva in lui un attore che riusciva credibilmente a raccontare personalità complesse, iperemotive, disfunzionali, terribilmente sincere…. http://www.minimaetmoralia.it/wp/amare-philip-seymour-hoffman/

L’arte del sogno, un piccolo gioiello.

Questa settimana ha nevicato e io non sono proprio amante dei paesaggi stile steppa siberiana, soprattutto quando sei in giro a fare cose, o a recuperare la figlia a scuola in una selva di genitori ombrellati, con i maestri che non vedono l’ora di riconsegnare i pargoli urlanti, alla ricerca della faccia di mammina o papino sotto la neve! Un delirio!

Così, non riuscendo ad entusiasmarmi per la “romantica” coltre bianca, ho pensato che ci voleva un film. Ma bello proprio però! Con tutte le schifezze che si leggono in giro, ce sta pure la neve, almeno fateme sognà!
E infatti  ho scelto di vedere “L’arte del sogno” di Michel Gondry. Film del 2006 con Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg.

Gondry mi è sempre piaciuto, sin da quando realizzava i video di Bjork o dei White Stripes. Mi piace il suo stile onirico, surreale, quasi infantile. Apprezzo il fatto che usi lo stop motion per animare mondi pieni di pupazzi di pezza o per farti entrare in un loop di sequenze che seguono il ritmo della musica. E questo stile nei film è funzionale alle storie, a volte surreali, o semplicemente diventa escamotage per raccontare le emozioni, in continui giochi tra realtà e immaginazione.
“L’arte del sogno” è una storia d’amore vissuta attraverso i sogni di Stephane, in un mondo tutto suo, dove può diventare quello che nella realtà non riesce ad essere. Può essere forte, brillante, pieno d’inventiva o far accadere quello che nella realtà non accade, come dichiarare il suo amore alla ragazza della porta accanto. Questo mondo parallelo a volte è talmente vero da confondersi con la realtà, tanto da creare problemi nel quotidiano dei due ragazzi.
La poesia di questo film sta nel vivere questi sogni insieme al protagonista, Stephane, entrando in una dimensione che ricorda la stanza dei giochi di un bambino, come la ricostruzione della sua mente, una sorta di studio televisivo fatto tutto di cartone (una cosa in stile art attack, con i cartoni delle uova alle pareti, cartone ondulato e tubi per le telecamere) e con una camera virtuale dietro una tenda da doccia, dove si visualizzano i suoi desideri. Ma può capitare di essere catapultati, in un volo acquatico, sopra una città che si muove (scena che ricorda molto certi dipinti di Chagall) o su una barca di pezza che naviga su un mare di carte di caramelle blu e trasparenti. Sempre in bilico tra i due mondi, Stephane vorrebbe mettere in atto questi sogni, ma il suo sentirsi inadeguato lo porta a confondere realtà e sogno e così usa la sua immaginazione per inventare automi e macchine strampalate, come la macchina del tempo che ti porta avanti o indietro, ma solo di un secondo.

Questo film è un gioiello di narrazione, l’ho trovato molto malinconico ma mai scontato, un tocco sempre poetico e mai retorico. A tutti capita di essere un po’ Stephane e di rifugiarsi nei sogni, a volte è più facile, a volte la realtà è complicata, è triste, non ti senti adeguato, non hai le forze. Poi trovi delle carte di caramelle colorate e un vecchio cavallo di pezza e cominci ad immaginare di andare lontano, con la persona che ami, su una barca di panno che naviga verso un orizzonte di nuvole di cotone. E chissà che un giorno, il sogno possa con pazienza diventare realtà. L’arte del sogno in fondo è sapere fare sogni grandi con piccole cose, a piccoli passi e con gli ingredienti giusti. Attenti però a non sbattere contro quella porta che nel sogno vediamo aperta, ma che nella realtà è chiusa, visto che non abbiamo neanche mai provato a bussare, paralizzati dalla paura che qualcuno potesse aprirci. La paura a volte, irrazionalmente, ci fa prendere delle bruttissime testate che possono pure far sanguinare! E il risveglio può essere troppo doloroso!

Ecco qui un assaggio di questo piccolo gioiello, gli ingredienti per fare un sogno.