Il Capitale Umano un pò sprecato!

Succede che in un periodo di alti e bassi, si mettano in fila una serie di eventi, per cui gli astri si posizionano in maniera tale da aprire una finestra temporale, che permette di avere un pomeriggio libero. Succede che ti guardi con il tuo lui e pensi che si potrebbe osare magari fare qualcosa di estremo, di dirompente, di eccitante, una cosa che non fai da tempo! Tipo andare al cinema per vedere un film che non sia pieno di fatine, campanellini o canzoncine o con disegni animati! WOW!
Si decide di andare a vedere “Il Capitale umano” di Paolo Virzì. Ok, si comprano i biglietti con molto anticipo visto che ormai i cinema sono peggio degli autobus nell’orario di punta, film a nastro e gente piena di popcorn e bicchieri di coca cola giganti in quella che dovrebbe essere una fila (cioè il concetto italiano di fila, un groviglio di varia umanità accalcata che cerca di trovare fessure per fregare gli altri ed entrare per primi anche se hai il biglietto con il numero del posto assegnato!).
Fatto? Partiamo! Andiamo al cinema!
Inizio col dire che a me Virzì piace da quando vidi “Ovosodo”  perché è un regista che sa descrivere i suoi personaggi con la leggerezza del bischero ma con l’acutezza di chi cerca proprio quel tipo di storia apparentemente comune, ma invece piena di gente fuori dal comune, a suo modo. Ho adorato “My name is Tanino” dove Corrado Fortuna è uno splendido sfigato pieno di sogni, studente fuori sede di cinema, amante soprattutto di quegli autori troppo off anche per i teatri off di New York (niente, ci devo fare un post su questo film!). Insomma sono andata animata da buone intenzioni, pur sapendo che questo film sarebbe stato diverso dagli altri.

Questo film in effetti ha un taglio diverso, si ispira all’omonimo libro americano di Stephen Amidon del 2004 e Virzì ha cercato di costruire una sorta di thriller con uno sguardo verso la commedia. Un po’ quello che cercavano di fare i vari Monicelli, Risi, Comencini etc. Il romanzo è adattato alla situazione italiana e questo è importante dirlo, perchè purtroppo è anche il limite della sceneggiatura  secondo me. Quando ho visto il trailer la frase che mi aveva incuriosito molto era quella pronunciata dalla Bruni Tedeschi “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto.”. Quindi la storia, ambientata nella Brianza invernale tra bellissime ville, neve e atmosfera rarefatta, a simboleggiare la rarefazione degli animi dei protagonisti, avrebbe dovuto raccontare come la generazione degli imprenditori rampanti si sia mangiato non solo un paese, ma intere generazioni a venire. Ottimo spunto, se non che questo obiettivo si perde, in un racconto pieno di vicende personali dei vari personaggi, che però non danno contezza di cosa in effetti questi abbiano fatto per distruggere il futuro dei loro figli. Il pretesto dell’investimento in fondi che speculano sui mercati non regge in quanto il film non da nessuna spiegazione su come delle operazioni di borsa, indubbiamente ad alto rischio, possano incidere sull’economia del paese e sulla moralità di una intera società. Il sistema imprenditoriale alla fine non esce così malconcio e chi non è del settore fatica a capire cosa c’entri tutto questo con la famosa frase pronunciata dalla Bruni Tedeschi di cui sopra. Inoltre non si capisce che relazione abbia questa speculazione finanziaria con gli accadimenti tragici che avvengono nel film e che dovrebbero portare a dare prova che il capitalismo ha fallito. Sarebbe stato bello dimostrarlo visto che è un argomento di interesse enorme in questo periodo, sarebbe stato interessante capire come la finanza abbia davvero spolpato questo paese, piccoli imprenditori compresi, per esempio con il nero, i fondi all’estero, le tasse non pagate, i contributi pubblici gonfiati, la corruzione, le mafie. Ma niente di tutto questo viene fuori dal film se non il fallimento di chi vuole fare il salto verso il villone del cumenda non avendone i mezzi e mettendo a repentaglio tutta la vita, sua e della famiglia. Quello che manca è la fotografia di un paese, non basta raccontare esistenze svuotate da una vita solo in apparenza appagante e piena, con lo spiegone di ogni vuoto diviso in capitoli. Perché, e qui secondo l’enorme limite, il libro dal quale è tratta la storia, racconta un paese come l’America che nel 2004 ancora era in una situazione stabile, la bolla immobiliare scoppierà solo nel 2006 e probabilmente le situazioni economiche, politiche e finanziare erano molto differenti da quella italiana. Infatti ad un certo punto nel film si fa riferimento ad un mercato immobiliare che va bene, cosa che come tutti sanno non è assolutamente vera. Insomma sembra che Virzì stavolta abbia voluto affrontare un argomento, il mondo finanziario, che forse non conosce bene e quindi non è riuscito a raccontare davvero fino in fondo il paese. Peccato, perché il film non è brutto, gli attori sono molto bravi, la Bruni Tedeschi è perfetta nel personaggio della moglie dell’imprenditore di successo, un po’ svampita, che deve riempire una giornata di impegni vari ed eventuali giusto per sentirsi viva. Fabrizio Bentivoglio è bravissimo, Fabrizio Gifuni anche. L’unica che mi sembra penalizzata è la Golino che fa un personaggio un po’ di contorno, uno dei pochi realmente positivi del film. Il problema forse sta anche in una regia un po’ vecchio stile, con le stesse scene girate da punti di vista diversi proprio per raccontare i vari capitoli, e questo crea un po’ di stanchezza e alla fine speri quasi che arrivi al più presto l’ultimo capitolo. Il famoso colpo di scena è quello un po’ che già ci si aspetta, ma forse l’unico che rimane coerente con il proprio personaggio è proprio l’imprenditore, che alla fine non cerca vie d’uscita per salvare il figlio dal prendersi le sue responsabilità e fa scelte mirate a quello che un imprenditore alla fine fa nella vita, cioè accrescere i propri capitali. Ecco perché non si capisce la frase finale della Bruni Tedeschi. Il problema non è la ricchezza in quanto tale ma come si è formata questa ricchezza. E questo è spiegato male, rimane questo buco che non fa mai partire il film del tutto. Che anche i ricchi piangono lo sapevamo già, che i soldi non fanno la felicità pure. Che tutto questo porti un paese alla rovina non è così consequenziale, anche perché c’è il rischio di proiettare sullo schermo le proprie preconfezionate idee sulla ricchezza vs. ceto medio. Questo non vuol dire che io giustifichi le scellerate imprese compiute da una classe dirigente che in ogni settore ne ha combinate di ogni, ma se il film voleva dimostrare questo, se voleva dimostrare quanto poco valore ha un vita umana di fronte al “vil denaro” non c’è riuscito. E ripeto è un peccato perché invece di spunti di riflessione ce ne sarebbero eccome!
Peccato perché Virzi sa raccontare bene le storie che si ispirano alla quotidianità, come quella commovente e piena di vita di “La prima cosa bella” . Forse è questo che lui dovrebbe fare, raccontare storie di vita vissuta, storia in apparenza minime ma che rimandano all’universale, senza addentrarsi in thriller psicologici o argomenti che richiedono un taglio alla Scorsese. Io continuerò ad amare personaggi come Ovosodo, Tanino e gente straordinariamente comune con cui è riuscito davvero a raccontare questo paese e il suo reale capitale umano.
Vi lascio con la scena migliore del film secondo me, dove si riconosce il vero Virzì. La scena vede una fantastica Valeria Bruni Tedeschi alle prese con la sua ragione di vita del momento, quella che ha trovato per riempire le sue “giornate complicatissime” tra un arredatore e un massaggio, cioè il restauro e l’apertura di un teatro a rischio disfacimento. Qui la vediamo con il consiglio di amministrazione composto da personaggi meravigliosi tra cui la giornalista femminista eternamente incazzata che esordisce con “Ancora con Pirandello? E Basta!”, il professore sfigato di teatro che cerca di scrivere da sempre la commedia della vita (un simpaticissimo Luigi Lo Cascio che ritrova il suo accento da intellettuale panormita che rende il personaggio ancora più comico), l’assessore leghista che vorrebbe un teatro per la gente che la sera è stanca e non ha voglia di cose che non si capiscono e vuole il coro delle voci padane (per questo i leghisti si sono incazzati, perché Virzi ne fa una figura ridicola, mica perché è ambientato in Brianza! Poteva essere ambientato in Scandinavia o al polo nord era lo stesso! I leghisti questo sono! 😀 ), e varie figure messe lì solo per fare numero. Il personaggio della Bruni Tedeschi non ha la minima idea di nulla e da ragione a tutti!