Robin Williams e il Cavaliere Rosso

Ho aspettato per scrivere un pezzo sulla morte di Robin Williams, per pudore di affrontare qualcosa di profondamente intimo della vita di un uomo. Provo sempre un certo disagio nel confrontarmi con il dolore altrui, quasi avessi paura di calpestarlo. Poi se chi muore era un attore famoso, bravo, geniale si sprecano parole su parole che banalizzano spesso gli eventi. Così ho lasciato sedimentare la notizia e ho preferito far raffreddare la cosa, per affrontarla cercando di non cadere nella retorica che si scatena dopo queste notizie.

Quando penso a Robin Williams, la prima cosa che mi viene in mente è un suo film che io amo molto perché lo considero uno dei film della mia vita. Si tratta di The Fisher King (La leggenda del Re pescatore), del1991 di Terry Gilliam (regista che io adoro!), con Jeff Bridges (adoro anche lui!). Tralascio di raccontarvi la trama, ma vi invito a guardarlo perché oltre ad essere una delle cose migliori che Gilliam ha prodotto insieme a Brazil, è uno dei film in cui Robin Williams da il meglio di sé in fatto di pazzia, umanità, tenerezza, coraggio, redenzione e sofferenza.

C’è una scena in questo film che credo racconti benissimo quale abisso ha attraversato Robin Williams nella sua esistenza, quante lotte ha affrontato e quante volte ha dovuto soccombere sino al giorno della sua morte. La scena è quella dell’inseguimento del Cavaliere Rosso che Perry, il personaggio interpretato da Williams, vede ogni volta che le sue angosce e paure si presentano. E’ il suo demone che lo perseguita, gli ricorda il suo dolore più grande, non gli da tregua, lo bracca, lui scappa, corre e si legge tutta la paura, il terrore nei suoi occhi! Ma è la fine di quella scena che fa riflette su cosa voglia dire avere un demone alle calcagna. Alla fine Perry viene accoltellato da un teppista che come unico scopo ha quello di picchiare i barboni (Perry è una sorta di barbone, di ultimo tra gli ultimi.) e sul viso si apre una smorfia di sorriso nel ringraziare finalmente della fine di quel dolore troppo grande, perfino più grande di essere accoltellato, preso a calci e pugni e ridotto in fin di vita!

Basta guardare la sequenza (la trovate qui) per capire quanto Robin Williams sapesse di cosa stava parlando. Lo sguardo terrorizzato, la corsa folle, le urla strazianti. E quel “Grazie!” finale che mi ha sempre fatto rimanere di sasso! Meglio una coltellata di tutto questo dolore!

Robin Williams era un grandissimo attore ricordato da tutti perché faceva ridere e pensare. Io lo ricordo sempre iperattivo, logorroico con uno sguardo pieno di cose da dire, ma che erano sempre meno di quelle che realmente riusciva a far venir fuori, anche se magari stava facendo di tutto per strapparti una risata. I suoi film hanno sempre raccontato in qualche modo ciò che comunque lo faceva soffrire e ciò che lo faceva sentire bene. Come ad esempio il dolore nel dover vedere poco i figli dopo un divorzio, come in Mrs. Doubtfire. La cosa bella di Robin Williams è che ha sempre raccontato con molta sincerità queste cose e questo faceva di lui non un divo ma un uomo. Il suo cervello probabilmente andava troppo veloce, tanto da non permettere un minuto di quiete. Si dice che questo accade alle persone troppo geniali o troppo sensibili. Non lo so, io penso che ognuno di noi abbia i suoi demoni, che si abbia più o meno fortuna nel saperli affrontare, ma a volte il tuo cervello è troppo oltre e tu perdi il controllo di te stesso al punto tale da desiderare che questo dolore, che ti impedisce di gestire la sua vita, abbia fine. C’è quella voce che continua e continua e non sta mai zitta, che è lì che ti spinge a saltare nel buio, allora ci provi con l’alcol, i farmaci, droga, qualsiasi cosa che possa farla star zitta anche solo un minuto. Ma tanto lei torna e riesce ad avere il sopravvento. Per questo provo profondo rispetto per il suo gesto, che può essere condiviso o meno, ma che merita il silenzio e forse una riflessione sulla propria esistenza. Molti si sono chiesti come faceva un uomo di successo, a cui non mancava nulla, ad essere depresso e a suicidarsi. Pensiero banale per pensiero banale, si risponde a questi che il successo non è garanzia di nulla in questa vita! Dovrebbe essere lapalissiano, ma evidentemente ancora si pensa alla depressione come un male di gente ricca e annoiata. Fatevi un giro presso polizia, 118, pronto soccorsi e vedrete quanta gente comune ha fatto le stesse scelte di Robin Williams.

Altri si chiedono se non fosse stato lasciato solo, se i suoi parenti, moglie, figli non si fossero accorti di nulla. In realtà Robin Williams era attorniato da molto affetto, ma quando il demone dentro di te ti assale non riesci neanche a percepire l’affetto che ti circonda, ti isola, perché da solo è più facile farti saltare nel buio. Il cervello macina, rumina, ingigantisce, il dolore aumenta e nessuno sembra in grado di aiutarti perché il demone vuole così. E così riesci ad essere bravissimo nel nascondere questo dolore a tutti! David Letterman nel ricordare la sua amicizia di ben 38 anni con Robin Williams, si rammarica di non aver capito quanto soffrisse! (Potete vedere un suo splendido ricordo qui).

Una cosa che mi lascia l’amaro in bocca è la morbosità attorno un evento del genere, di persone che spinte da proprie mancanze cerebrali, dalla mediocrità della propria esistenza, pensa di avere i propri cinque minuti di celebrità insultando i figli tramite la facile via dei social. Gente povera, gente che forse ha talmente poco in quel cervello che non gira affatto e non riesce a produrre nulla di buono nella vita. Altra cosa brutta sono le pubblicazioni dei report della polizia e del medico legale su come, cosa, dove in che modo è stato trovato il corpo. Non so, mi sembra solo inutile pornografia macabra che sfrutta il dolore.

Di questi giorni è la notizia data dalla moglie che a Robin Williams erano stati diagnosticati i primi sintomi del Parkinson. Ancora una sfida troppo grande e stavolta il Cavaliere Rosso ha vinto. Io ho adorato quest’uomo che molti definiscono clown, termine riduttivo e semplicistico per definire un artista completo, immenso, vero, che probabilmente ancora poteva dare molto nella maturità. Per fortuna ha lasciato tanto di quella sua umanità fragile e meravigliosa con la quale ha creato momenti di poesia pura! Scommetto che c’è gente che darebbe un occhio per essere guardati, almeno una volta nella vita, con lo stesso sguardo che ha Robin Williams/Perry in questa scena, mentre ammira la sua amata che avanza tra la folla, Lydia, considerata da tutti compreso lei stessa, insignificante, come la cosa più bella del mondo:

Ma a me piace ricordare anche il suo lato pungente, scorretto con un piccolo filmato tratto dalla notte degli oscar del 2000, dove presenta una delle canzoni candidate per il film scorrettissimo “South Park”. Godetevi questo pezzo che per quanto piccolo è solo l’assaggio (in rete potrete trovare pezzi molto belli, incisivi e corrosivi!) di un grandioso talento che per fortuna possiamo ancora ammirare attraverso ciò che ha fatto!

Aggiornamento:
Ho appena visto queste stupende foto dal set di The Fisher King pubblicate da Jeff Bridges sul suo sito. Sono foto bellissime, commentate dallo stesso Bridges che raccontano il clima sul set e un Robin Williams che non si è mai risparmiato neanche quando le riprese diventano davvero pesanti! Potete trovarle qui .

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Questione di Tempo: un film diviso in due

Questo è l’esempio di come un film possa essere bellissimo e non riuscitissimo, difettoso ma emozionante! Un film letteralmente diviso in due parti diverse per atmosfere e per emozioni, la seconda si trascina, a tratti cade nell’ovvio, ma nell’insieme alla fine sei contento di aver visto un film così colorato, malinconico, pieno di gioia, irreale, naif, ma alla fine scontato nella conclusione come a volte lo è una semplice verità che si scopre nel corso dell’esistenza.

Il film è diretto da Richard Curtis, sceneggiatore inglese famoso per aver scritto Notting Hill (dimenticabilissimo se non fosse per l’amico biondone in mutande di Hugh Grant!), Quattro matrimoni e un funerale (niente di che) e Il Diario di Bridget Jones (Non ce la posso fare! Troppo brutto nonostante ci sia Colin Firth che adoro!). Però come regista ha fatto un film che a me è piaciuto molto che è Love Actually , nel quale si intrecciano diverse storie d’amore alcune delle quali raccontate davvero bene con ironia tutta Brit con attori bravissimi (tra cui Emma Thompson, Alan Rickman, Colin Firth, Bill Nighy, così tanto per dirne qualcuno).

In questo film ritroviamo Bill Nighy, attore che spesso ha lavorato con Curtis (lo troviamo anche in I love Radio Rock sempre dello stesso regista), attore che ho imparato a conoscere grazie al fatto che sotto la testa da polipo ricostruita con la computer grafica di Davy Jones in Pirati dei Caraibi, c’era proprio lui, e grazie alla sua enorme capacità nell’usare le espressioni degli occhi e della sua voce, è riuscito a dare vita ad un immenso cattivo antagonista! (Io ho un debole per i Pirati…. ma questa è un’altra storia….).

Il film ha come protagonista un ragazzo, Tim, interpretato da Domnhall Gleeson, (per la cronaca è stato uno dei fratelli rossicci dell’amico rossiccio di Harry Potter, quello che si sposava alla fine credo!). Tim è imbranato e come ogni imbranato che si rispetti per trovare una ragazza ha qualche difficoltà. Un giorno il padre , Nighy appunto, gli svela che i maschi della loro famiglia posseggono il dono di viaggiare nel tempo ma solo all’indietro e non possono intervenire nei fatti della storia, solo in situazioni personali. Per esempio non puoi ammazzare Hitler, per dire. Questo dono diventa un espediente divertente nella prima parte del film, con dei continui salti di Tim indietro per poter al meglio conquistare la ragazza di cui si è innamorato, migliorando le varie performances (divertentissima la scena della loro prima volta a casa della ragazza! Chissà quanti maschietti vorrebbero lo stesso dono!).  Mary, la ragazza di cui Tim si innamora, è interpretata da Rachel MacAdams, che i più ricordano in Midnight in Paris di Woody Allen, ma io preferisco ricordarla giovanissima nel suo primo film, My name is Tanino di Paolo Virzì, film che mi sta particolarmente a cuore per svariati motivi che non sto qui ad elencare, nonché per il fatto che è girato dove ogni estate io vado al mare, proprio lì in quella caletta dove lei fa impazzire Tanino alias Corrado Fortuna.

Ritornando al film la prima parte è piena di colori, divertenti situazioni non banali in un contesto davvero naif, soprattutto perché per i famosi salti nel tempo non è stato usato nessun effetto speciale ma solo un espediente quasi da gioco di bambini: chiudersi al buio in un armadio stringendo i pugni! Potevano stupirci con effetti speciali, ma questo è un film che racconta con leggerezza di sentimenti ed emozioni che almeno nella prima parte sono un’esplosione di colori e musica e campagna inglese meravigliosa! Sì perché un pregio di questo film è raccontare il tutto immersi tra le scogliere della Cornovaglia estiva e in una Londra colorata, viva, romantica, diversa dai luoghi comuni che la vogliono cupa, grigia, gotica e incazzata. Ci sono vestiti leggeri e colorati, spiagge con un mare azzurro, fiori ovunque e il clou di questa esplosione di vita si ha con la scena del matrimonio, che mette tutte queste cose insieme sotto un temporale torrenziale e ventoso come da copione in Cornovaglia ma che non scalfisce di un millimetro la gioia degli invitati e soprattutto di una sposa bagnata fradicia di rosso vestita che entra in chiesa sulle note de Il Mondo di Jimmy Fontana (già, proprio lui! E vi assicuro che è una delle scene più belle che abbia mai visto!).

Dopo questa evento il film cambia, in maniera quasi brusca, arranca stancamente e perde molta freschezza. Man mano la favola imbranata e goffa fa i conti con la realtà. Il dono del tornare indietro nel tempo se prima era un gioco adesso viene utilizzato per cercare di risolvere situazioni per niente leggere, per niente colorate, per niente divertenti. Il film risente di questo e mentre si guarda pensi “Però che peccato andava così bene!” . Poi ripensandoci alla fine forse è voluto questo arrancare, perché alla fine si capisce che per quanto questo dono lo abbiamo invocato almeno una volta nella vita, se tornassimo indietro alcune cose non le potremmo cambiare perché non possiamo impedirle. Non possiamo impedire che le persone che amiamo soffrano. O per esempio se tornassimo indietro per fare altre scelte chi ci assicura che poi al ritorno nel presente troveremmo le cose come le abbiamo lasciate? Ogni azione, ogni sbaglio, ogni cosa che noi abbiamo fatto  e scelto, ha avuto delle conseguenze, ma ci ha resi quello che siamo, nel bene e nel male. Il dono che ha Tim non gli permette di andare nel futuro perché è tutto da costruire con ciò che abbiamo imparato dal passato. E allora cosa rimane se non vivere il presente come se ogni giorno fosse il giorno più importante di tutta la tua vita nella sua banale quotidianità?

E’ vero, il film arranca, è vero Bill Nighy poteva essere sfruttato meglio nella sua verve umoristica tutta britannica, è vero che il film è letteralmente diviso in due e alla fine si pensa che poteva essere fatto meglio, ma resta il fatto che quella scogliera in Cornovaglia mi è rimasta dentro e quella leggerezza piena di pioggia e di vento della scena del matrimonio mi ha fatto emozionare e la banale verità del finale mi ha fatto riflettere. Forse a volte basta questo perché un film imperfetto sia comunque bellissimo!

Per finire: questo è un film molto British, con personaggi stravaganti (tipo l’amico che ospita Tim a Londra, un autore teatrale eternamente incazzato con il mondo, interpretato da Tom Hollander, anche lui già visto in Pirati dei Caraibi nel ruolo di Cutler Becket … sempre pirati!), con una notevole colonna sonora (Dai Cure a Nick Cave tanto per dire!), un film dove pure la metropolitana di Londra diventa un posto bellissimo, è un film che secondo me vale la pena guardare fosse solo per sognare di stare in quella spiaggetta della Cornovaglia a prendere il tea con i personaggi, godendosi un caldo pomeriggio inglese….

Ed eccola allora la scena del matrimonio!

Carnage, ovvero il dio del massacro che è in ognuno di noi.

Questi sono giorni in cui abbiamo assistito a rutilanti scene di insulti ad alzo zero, gare a chi la sparava più grossa, dando ognuno dell’incivile all’altro e facendosi paladino di un mondo da salvare dalle barbarie (e da internet, il diavolo!). E mentre il gioco del rimpallo di chi avesse per primo detto parole brutte brutte continuava, come neanche nei peggiori asili di Caracas, (nulla di nuovo sotto il sole, solo il solito puzzo di stantio!) mi capita tra le mani un film che avrei sempre voluto vedere, “Carnage” di Roman Polansky, film che già dalla sinossi prometteva di mettere in scena una discesa agli inferi del dialogo e della civiltà! Bene, dico, vediamo che succede!
Film del 2011, con quattro attori di grandissimo livello come Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e Jonh C. Reilly, unici protagonisti dall’inizio alla fine in un unico spazio, l’appartamento di Brooklyn di una delle due coppie, nel quale si consuma il massacro, la carneficina appunto. Il film è tratto da una pièce teatrale della scrittrice francese Yasmine Reza, “Il dio del massacro”, e infatti Polanski sceglie di mettere lo spettatore di fronte l’azione come se fosse in un teatro. Questo già da il senso di un contesto che non ha spazi aperti, ma che racchiude in quei pochi metri quadri tutta la miseria che man man vien fuori da ogni personaggio, creando un ambiente claustrofobico nel quale nessuno può scappare, dove non ci sono vittime o carnefici, ma solo macerie umane.
La storia prende spunto dal tentativo di dialogo civile tra due famiglie, in seguito ad uno scontro fisico violento avvenuto tra i rispettivi figli. I genitori dei pargoletti di 11 anni iniziano un dialogo, con cortese ma falsa civiltà, per sistemare le cose, ma, man mano questa falsità comincia a cadere, i dialoghi diventano sempre più intensi e crollano tutte le difese. I quattro protagonisti incarnano alcuni degli stereotipi della cosiddetta società civile occidentale: c’è l’intellettuale molto radical chic, che si interessa di cultura, arte, scrive o almeno ci prova, ma soprattutto cerca di occuparsi attivamente delle miserie e delle catastrofi della lontana Africa, per non affrontare le sue personali miserie e catastrofi. Personaggio chiave, (ma in realtà lo sono tutti!), perché lei è una sorta di giudice con la sua verità assoluta in tasca. C’è suo marito, un uomo mediocre, che tenta di star dietro, apparentemente, a questa idea di società civile, ma che in realtà vuole sguazzare nella sua mediocrità e ci sta pure benone. C’è poi l’avvocato, perennemente attaccato al cellulare perché deve occuparsi di non far perdere il suo importantissimo e danaroso cliente, usando ogni mezzo, un uomo alla fine con una sua coerenza, che sa a cosa porterà tutto questo teatrino di cortesie pelose. E infine c’è sua moglie, una donna sensibile finché non le si tocca la sua borsa firmata e il suo rossetto. E sarà proprio lei a creare lo spartiacque tra il prima e il dopo, che darà inizio al massacro, a causa della  sua tendenza a somatizzare situazioni difficili, (con una scena che neanche sotto tortura rivelerò!). I personaggi di volta in volta si alleano due contro due, a seconda di chi e cosa bisogna colpire e quindi ognuno è vittima o carnefice dell’altro. Perché si sa, l’unione fa la forza soprattutto quando bisogna sputare in giro. Credo sia la vigliaccheria insita in ognuno di noi, quando non si hanno argomentazioni valide, ma solo unghie che strisciano sugli specchi e si ha bisogno di non cadere.

E’ chiaro sin da subito che nessuno tra di loro ammetterà mai il fatto che forse, i rispettivi figli, se hanno avuto comportamenti inadeguati, molesti o addirittura violenti, forse lo devono a quello che vedono e sentono dai loro rispettivi genitori. Basta ascoltarli queste mamme e papà, sotto l’effetto dell’alcol, che alla fine fungerà da macchina della verità, trasfigurando le loro faccine pulite e facendo cadere la maschera definitivamente. E in questa progressiva discesa agli inferi, aldilà del facile riferimento all’educazione familiare che è solo il primo strato superficiale del testo, vi è una più profonda analisi di una società che si sta sgretolando sotto la sua stessa apparente civiltà. Sembra che il dialogo debba per forza affermare una verità inconfutabile rispetto ad un’altra e non magari far solo emergere differenti punti di vista che poi possono portare a soluzioni condivise o anche a nessuna soluzione, ma solo a riflessioni. La mediocrità diviene l’unico modo per affrontare le cose in una specie di crociata contro le ipocrisie che diventa più ipocrita di ciò che si vuol combattere. Perché non è solo un discorso di cortesia ed educazione o di rispetto, è qualcosa che va oltre e sfiora davvero la dignità del pensiero umano e della parola civiltà, intesa come riconoscere nell’altro qualcuno che alla fine non fa più schifo di quanto non lo possa fare tu e da questa base cercare di risalire verso la superficie della pozzanghera di miserie nella quale ci si ritrova. Invece la tendenza sembra quella di allargare la pozzanghera vomitando (è il caso di dirlo!) l’uno sull’altro, tutto il marcio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’incapacità di rendersi conto che in realtà si è diventati ciò che non si vorrebbe essere, il fallimento. Alla fine però rimangono solo macerie, fiori disintegrati, puzza di vomito, vetri rotti, persone svuotate.
La soluzione sembrano trovarla i figli, e questo vuole essere un barlume di speranza in questa carneficina, che questi figli, che le prossime generazioni, non facciano gli errori dei loro genitori, anche se secondo me con questi esempi, se dovesse accadere, sarebbe un miracolo!
Infine voglio spendere due parole per gli attori: bravissimi, talmente bravi che ad un certo punto ho pensato che a Jody Foster le venisse un accidenti per quanto gonfia le vene del collo nel recitare con tanta foga! Kate Winslet è perfetta, Christoph Waltz è un mito nel fare personaggi non proprio gradevoli, e John C. Reilly, con quella faccia apparentemente buona, riesce a dare l’idea del personaggio grottesco che interpreta. Il bello è che si ride e la loro bravura nel trasmettere il senso del ridicolo nel quale si cacciano con le loro manie, abitudini, paure, rende il paradosso dello spettacolo degradante al quale si assiste ancora più grande. Insomma vale la pena di vedersi schiaffate davanti le miserie di questi quattro personaggi perché potrebbe essere come guardarsi allo specchio, se solo si ha l’accortezza però, di buttare la maschera del più bravo di tutti e mettersi in discussione!
Gustatevi una piccola anteprima trovata su youtube!

L’arte del sogno, un piccolo gioiello.

Questa settimana ha nevicato e io non sono proprio amante dei paesaggi stile steppa siberiana, soprattutto quando sei in giro a fare cose, o a recuperare la figlia a scuola in una selva di genitori ombrellati, con i maestri che non vedono l’ora di riconsegnare i pargoli urlanti, alla ricerca della faccia di mammina o papino sotto la neve! Un delirio!

Così, non riuscendo ad entusiasmarmi per la “romantica” coltre bianca, ho pensato che ci voleva un film. Ma bello proprio però! Con tutte le schifezze che si leggono in giro, ce sta pure la neve, almeno fateme sognà!
E infatti  ho scelto di vedere “L’arte del sogno” di Michel Gondry. Film del 2006 con Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg.

Gondry mi è sempre piaciuto, sin da quando realizzava i video di Bjork o dei White Stripes. Mi piace il suo stile onirico, surreale, quasi infantile. Apprezzo il fatto che usi lo stop motion per animare mondi pieni di pupazzi di pezza o per farti entrare in un loop di sequenze che seguono il ritmo della musica. E questo stile nei film è funzionale alle storie, a volte surreali, o semplicemente diventa escamotage per raccontare le emozioni, in continui giochi tra realtà e immaginazione.
“L’arte del sogno” è una storia d’amore vissuta attraverso i sogni di Stephane, in un mondo tutto suo, dove può diventare quello che nella realtà non riesce ad essere. Può essere forte, brillante, pieno d’inventiva o far accadere quello che nella realtà non accade, come dichiarare il suo amore alla ragazza della porta accanto. Questo mondo parallelo a volte è talmente vero da confondersi con la realtà, tanto da creare problemi nel quotidiano dei due ragazzi.
La poesia di questo film sta nel vivere questi sogni insieme al protagonista, Stephane, entrando in una dimensione che ricorda la stanza dei giochi di un bambino, come la ricostruzione della sua mente, una sorta di studio televisivo fatto tutto di cartone (una cosa in stile art attack, con i cartoni delle uova alle pareti, cartone ondulato e tubi per le telecamere) e con una camera virtuale dietro una tenda da doccia, dove si visualizzano i suoi desideri. Ma può capitare di essere catapultati, in un volo acquatico, sopra una città che si muove (scena che ricorda molto certi dipinti di Chagall) o su una barca di pezza che naviga su un mare di carte di caramelle blu e trasparenti. Sempre in bilico tra i due mondi, Stephane vorrebbe mettere in atto questi sogni, ma il suo sentirsi inadeguato lo porta a confondere realtà e sogno e così usa la sua immaginazione per inventare automi e macchine strampalate, come la macchina del tempo che ti porta avanti o indietro, ma solo di un secondo.

Questo film è un gioiello di narrazione, l’ho trovato molto malinconico ma mai scontato, un tocco sempre poetico e mai retorico. A tutti capita di essere un po’ Stephane e di rifugiarsi nei sogni, a volte è più facile, a volte la realtà è complicata, è triste, non ti senti adeguato, non hai le forze. Poi trovi delle carte di caramelle colorate e un vecchio cavallo di pezza e cominci ad immaginare di andare lontano, con la persona che ami, su una barca di panno che naviga verso un orizzonte di nuvole di cotone. E chissà che un giorno, il sogno possa con pazienza diventare realtà. L’arte del sogno in fondo è sapere fare sogni grandi con piccole cose, a piccoli passi e con gli ingredienti giusti. Attenti però a non sbattere contro quella porta che nel sogno vediamo aperta, ma che nella realtà è chiusa, visto che non abbiamo neanche mai provato a bussare, paralizzati dalla paura che qualcuno potesse aprirci. La paura a volte, irrazionalmente, ci fa prendere delle bruttissime testate che possono pure far sanguinare! E il risveglio può essere troppo doloroso!

Ecco qui un assaggio di questo piccolo gioiello, gli ingredienti per fare un sogno.

Link

Oggi, Giorno della memoria della Shoah, giorno in cui si ricorda quanto il male più è banale più è distruttivo, più è stupido più uccide ogni dignità, voglio ricordare questo splendido film di Roman Polanski del 2002, “Il Pianista”. E’ la storia vera del pianista ebreo polacco Władysław Szpilman, sopravvissuto all’invasione della Polonia sino alla distruzione finale di Varsavia e alla liberazione da parte dei russi. Film bellissimo, struggente e straziante, con la musica di Chopin che perfettamente racconta questo tentare di sopravvivere nel ricordo della bellezza di poter sfiorare dei tasti di un pianoforte e produrre musica. Il film vinse due Oscar come miglior regia e migliore attore protagonista per Adrian Brody, bravo da far venire la pelle d’oca ad ogni inquadratura. Goebbels citava sempre una frase di un’opera teatrale di Hanns Johst, che suonava  “quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola“, Abbado diceva che la cultura è ciò che permette di distinguere il bene dal male. Non siamo usciti da quel tunnel di follia e forse l’unica salvezza rimane raccontare cosa accadde e cosa purtroppo ancora accade ai nostri figli e far capire loro che essere curiosi, leggere, ascoltare musica, sapere, essere coscienti del proprio essere cittadini rimane ancora l’unica arma vincente contro la banale e stupida follia umana.

E si inizia bene!

Come primo post non potevo non iniziare con la notizia del Golden Globe come migliore film straniero dato a “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino! Una bella notizia per un cinema italiano che da troppo tempo non è più all’altezza di osare e di sfornare cose decenti! Purtroppo ultimamente abbiamo assistito a uno stillicidio di filmetti e commediole di facile comprendonio, che volendo “diversificarsi” dai cinepanottoni, non riescono ad avere sceneggiature che reggano almeno per il primo quarto d’ora di film!
Invece Sorrentino ha sempre avuto uno spirito molto diverso nei suoi film e questo premio è la prova che in Italia esistono registi bravi e attori bravi e che se usciamo dallo schema dello spettatore che deve capire tutto, se si esce dallo schema “La casalinga di Treviso, il Pastore Lucano, il Bracciante Lucano” di morettiana memoria, forse qualcosa di buono ne viene fuori!
Concordo con chi dice che forse non è il film migliore che Sorrentino abbia fatto. Io ad esempio preferisco  “This must be the place” , con la  maschera grottesca di un meraviglioso Sean Penn che racconta in forma di road movie un percorso umano verso la propria identità che mi ha molto colpito. E poi vuoi mettere la canzone mitica dei Talking Heads?
Ma “La Grande Bellezza”, attraverso quell’attore immenso che è Toni Servillo, ha il pregio di raccontare non solo l’Italia, che rimane uno sfondo, ma un mondo che piano piano si sgretola, con le sue paranoie, la sua banale ripetitività, le sue miserie, la sua incapacità di cambiare perché ormai si è assuefatti al brutto, al grottesco, ci si riconosce nella maschera che ci si è costruiti e nelle menzogne in cui si sguazza piuttosto che andare a dormire e svegliarsi alla luce del sole con la propria faccia. Ed è per questo che la notte diventa lunga, diventa rifugio e copre ogni schifezza, le luci, le paillettes, i famosi “nani e ballerine”, il sesso consumato più per routine che per vero piacere o trasgressione, diventa una coperta di Linus quasi, per chi ormai ha la maschera tatuata sul viso da chili di silicone e lifting, pronti a fare la fila dal famoso chirurgo delle dive, come in un pellegrinaggio a Lourdes, per tentare di non affrontare la propria faccia, con i segni del proprio vissuto.

Questo film è stato accusato di fare “il verso” a “La Dolce Vita” di Fellini o di essere troppo manieristico dal punto di vista stilistico. E’ vero, alcune immagini del film ricordano Fellini, ma credo siano un dovuto omaggio del regista a chi prima di lui ha affrontato gli stessi temi usando Roma come sfondo. Io credo siano volute e credo si possano definire “citazioni” anche perché Sorrentino ha la capacità di attualizzare i contenuti felliniani, anche visivi, alla società odierna ancora più grottesca se possibile di quella raccontata da Fellini.
Per quanto riguarda il “manierismo” sono parzialmente d’accordo, nel senso che è vero che c’è una ricerca maniacale dell’inquadratura, delle luci, un montaggio preciso, lunghe sequenze, ma questo è Sorrentino. I suoi film sono lenti, non c’è la ricerca della situazione che si risolve in una battuta o il colpo di scena, ma c’è un racconto per immagini che porta chi guarda pian piano dentro la storia e gli fa conoscere più a fondo i personaggi, facendolo quasi camminare un passo dietro loro, facendolo quasi partecipare alla narrazione.
Infine gli attori: Toni Servillo, quasi attore feticcio per Sorrentino, è immenso! Un attore perfetto capace con un primo piano di raccontarti un mondo, solo con uno sguardo, un sogghigno. Un attore di livello che forse è stato scoperto troppo tardi dal cinema, lui che viene da una lunga carriera teatrale, ma avercene! E la scelta dei personaggi comprimari esaltano le sue doti e capacità. C’è anche un Carlo Verdone che fa uno dei tanti personaggi che alla fine sembrano caricature di un sogno mai nato perché mai veramente coltivato o forse perché rincorso senza averne le doti e le capacità. Però è l’unico che alla fine prende atto della sconfitta e forse fa pace con se stesso.
Insomma questo film merita fosse solo perché finalmente un regista italiano prova a fare cinema di qualità, cosa che all’estero sanno, visto che non c’è attore o regista straniero che non citi Fellini, De Sica, Rossellini, Leone e così via. Una volta il nostro cinema era ispirazione per chi, ovunque, volesse fare questo mestiere. Non so se Sorrentino riuscirà ad esserlo per le generazioni future ma sicuramente è sulla buona strada.
Questo è uno dei pezzi del film che preferisco. Credo che racconti benissimo la decadenza di un paese e di chi si crede salvatore della patria da salotto (o da tastiera).
http://www.youtube.com/watch?v=1eni_owsw_M

AGGIORNAMENTO

E’ arrivata la notizia che “la Grande Bellezza” è in lizza per gli Oscar come migliore film straniero. Bene! Non so come siano gli altri film, magari sono bellissimi e magari qualcuno di essi si meriterà l’Oscar, ma il film di Sorrentino parte già bene visto il Golden Globe che ha vinto. Quindi incrociamo le dita e speriamo bene. Nel frattempo si sono scatenate le critiche incrociate tra le varie fazioni, quelli del “E’ stupendissimissimo e basta” e quelli del “Fa più schifo del più schifoso in assoluto”. In questo paese di pareri sempre così “equilibrati”, io mi pongo con l’atteggiamento che ho sempre avuto. Quello di pensare con la mia testa. Quindi come ho già detto questo film a me è piaciuto molto, ma non credo sia il migliore di Sorrentino e questo, come ho già spiegato è un mio parere personale. Se vince sono contenta perché è un film di qualità alta. Le critiche ci stanno, anche quelle ferocissime! Fellini fu sommerso di critiche ferocissime e solo DOPO divenne FELLINI. I detrattori mi diranno “ma come ti permetti di paragonare Sorrentino al grande maestro?”. Magari gli stessi se fossero nati ai tempi di Fellini o Germi li avrebbero sommersi di immondizia. Perché in questo paese sembra non si riesca  a fare una critica anche negativa senza usare immondizia. Siamo tutti registi, produttori, sceneggiatori come siamo tutti calciatori, giudici, politici, medici, etc…. Io sono solo una a cui piace guardare film. E non mi accontento facilmente. Solo che a volte fare il bastian contrario diventa un modo di essere per distinguersi dalla massa. Che a volte è doveroso, soprattutto in un paese dove si tende a far breccia sulla pancia della massa, ma farlo a prescindere forse si rischia di parlare come la famosa pancia di cui sopra. E allora riguardatevi il pezzo che ho messo in questo post, preso dal film, dove c’è la giornalista, intellettuale che ha sempre perorato la causa del “partito”, che parla come se fosse l’unica portatrice di verità assoluta e l’unica ad aver fatto qualcosa in questo paese ritendendosi unico esempio da seguire! Guardate la realtà come viene svelata! Ad alcuni farà schifo il film…. forse perché sono un po’ come lei!
Uh dimenticavo! A proposito del “Vaffa” detto da Toni Servillo alla giornalista che gli faceva domande sulle critiche: ok non sarà stato un signore ma farne un caso nazionale mi sembra eccessivo! E poi ormai ci siamo scordati chi era Gassman o Monicelli  così per fare due nomi di grandissimi! E allora a rainews ARIDATECE A TANGHERLINI! http://www.youtube.com/watch?v=ITDItsYxZCw

AGGIORNAMENTO (2)

Sono contenta di riaggiornare questo post con la notizia della vittoria de “La Grande bellezza” agli Oscar come migliore film straniero. Dopo il Golden Globe e Il BAFTA, l’Oscar chiude il cerchio di riconoscimenti ad un film che merita di essere visto all’estero anche  solo per far percepire ai non italiani che in questo paese non siamo tutti uguali e che c’è gente che capisce e sa descrivere la profonda crisi del proprio paese con dolore, bellezza, amore e anche rabbia, usando un linguaggio che esce dai localismi beceri e diventa universale! Poi ci saranno i soliti detrattori che diranno che è il film più brutto della storia del mondo, ma ormai ho capito una cosa: quello che sappiamo fare benissimo come italiani è distruggere anche il bello che sappiamo creare. Questa è la nostra condanna! Non sappiamo guardarci che con i nostri occhi piccoli e abituati al brutto e quando succede qualcosa di bello ormai non lo riconosciamo più! Che pena!

Sorrentino ha ricordato quattro persone che lo hanno ispirato, Fellini, Scorsese, Maradona e i Talking Heads e siccome ho adorato “This must be the place” vi propongo il video della canzone proprio dal film di Sorrentino.