Maleficent: aridateme i soldi del biglietto!!!!

Se mi dite che questo film è stato pensato apposta per far fare ad Angelina Jolie la bella statuina e promuovere la nuova linea di make up in stile Maleficent, allora, forse, posso accettarlo come una bella pubblicità di rossetti e ombretti “malefici”. Se invece me lo spacciate per un vero film non ci siamo. E non perché la storia della bella addormentata sia rivisitata. A me neanche mi entusiasmava più di tanto l’originale, visto che le  principesse belle bionde e occhi azzurri, tutte brave e buone sinceramente non mi hanno mai impazzire. La rivisitazione ci può stare, ma per farla la devi sapere scrivere. E quando decidi di riscriverla devi capire che un personaggio che si chiama Malefica non può essere proprio una personcina tutta fatina svolazzante del bosco con le corna, due ali inquietanti ma tanto in armonia con la natura! Se c’è una cosa che la Disney sapeva fare bene, anche negli anni delle principessine zuccherose, era contrapporre un villain con i controfiocchi! E la Maleficent del cartone era bellissima, con quel suo disegno stilizzato imponente e sontuoso, espressione del male puro che alla fine si autodistrugge nella sua stessa furia malefica! Ho capito che in questo film volevate raccontare che in ogni essere umano e c’è il bene e il male e che sta ad ognuno la scelta. Ma lo devi saper raccontare e a meno che non sei Tim Burton che ha il pallino di raccontare cosa c’è dietro ogni azione violenta e malvagia, ti viene fuori una scopiazzatura melensa e poco credibile. A quanto pare era stato proposto a Burton di fare la regia, ma si sa che ormai con la Disney lui si trova nella posizione di mandarceli, se poco poco vede che il progetto non vale una cicca. E se questa è stata la dinamica, ha avuto ragione da vendere. Il perché è presto detto. La Maleficent del film è dipinta come una che in fondo era buona poi a causa di un tradimento diventa cattiva e vendicativa (e fin qui magari ci può stare, anche se ripeto, una che si chiama Maleficent qualche problemino dovrebbe avercelo… comunque). Dopodiché la favola prende una piega in stile film americano dove il cattivo incontra un bimbo e diventa buono e riscopre pure il lato materno (e si sa che con la Jolie caschi bene visto quanta maternità gira attorno a lei e al marito!). Insomma alla fine è lei che diventa buona che combatte contro i buoni che diventano cattivi e vissero tutti felici e contenti. Il principe fa la figura del fesso (vabbè questo può anche andare visto che di principi azzurri ne abbiamo le tasche piene!), Aurora è sempre inutilmente entusiasta (va bene che ha ricevuto il dono di essere sempre felice però ti viene da augurarle di pungersi al più presto, solo per non vederla più così entusiasta sempre e comunque!) e Angelina Jolie è una statua, bellissima, ma una statua, con guizzi alla Lara Croft e mise alla Catwoman. Io ancora devo vedere un film dove la Jolie abbia un’espressione diversa dal broncio/sguardo che ammalia fisso. (Ok, ho visto solo due film con lei, uno questo qui, l’altro The Tourist, uno dei film più brutti nella storia del cinema, dove lei aveva più o meno le stesse espressioni però con meravigliosi abiti di Colleen Atwood!) D’altronde non è che mi vengano in mente opere memorabili, a parte le copertine da perfetta coppia con Brad Pitt e le sue innumerevoli gravidanze, o il suo matrimonio con Billy Bob Thorton sugellato da patti di sangue vari! Insomma un personaggione  figlia di Jon Voight ,che ha fatto più notizia per i suoi problemi psichici, per le sue scelte rispettabilissime riguardo la sua salute, che per la sua carriera di attrice.

Insomma, se alla fine lo scopo era quello di farci vedere che anche i peggiori cattivi possono essere buoni, gli è andata male. Il villain per antonomasia è colui che nella sua psicopatia vede la sua visione del mondo come unica possibile, gli altri intralciano il suo cammino e vanno eliminati e per questo sono disposti all’autodistruzione pur di vedere distrutto quello che loro individuano come nemico. Uno psicopatico non si lascia mica deviare dal suo progetto da una biondina che ride tutto il tempo!

Io Maleficent preferisco ricordarla così con la sua voce tremenda e profonda e la sua risata malefica appunto! E la sua elegante cattiveria quando racconta al principe la fine che farà prendendolo per i fondelli!

 

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“Sotto una buona stella” per Verdone non ha funzionato!

Io adoro Carlo Verdone! L’ho adorato per la sua capacità di creare personaggi che hanno raccontato questo paese. L’ho adorato nei suoi racconti di incontri memorabili come quelli con Sergio Leone. L’ho adorato per aver dato risalto a maschere indimenticabili come Mario Brega. Mi fa impazzire quando racconta della sua famiglia, della sua casa dove si respirava cultura ad ogni centimetro. E continuerà sempre ad essere per me uno dei più grandi narratori degli ultimi 30 anni del ‘900. Ecco perché credo che adesso sia arrivato il momento per lui di fermarsi e magari trovare la maniera di comunicare tutto questo suo immenso e prezioso bagaglio ai giovani, magari insegnando. Purtroppo questo paese non valorizza la cultura e il nostro cinema boccheggia anche perché lo spazio è poco e le nuove generazioni, per imparare, fanno prima ad andar via che aspettare una qualche occasione che raramente si presenta. Carlo Verdone rientra in quella categoria di artisti che ha dato tutto ciò che doveva e poteva e che forse non vuole o non può appendere la cinepresa al chiodo perché si troverebbe a non contare una cippa in questo paese. Dal punto di vista economico si sa che non esistono garanzie per la vecchiaia se non una vecchia legge Bacchelli per artisti indigenti, che però prevede che venga assegnato un vitalizio a persone in gravi condizioni economiche da parte del capo del governo (mi viene in mente un grande attore come Salvo Randone che solo quasi vicino alla morte riuscì ad avere il vitalizio! Dovette lavorare sino alla vigilia della sua morte e lo dovevano portare a braccia sul palcoscenico perché non riusciva a camminare! Un attore immenso! Che pena!). Se invece sei un artista che potrebbe dare ancora tanto magari insegnando ad altri il tuo mestiere, ecco che le porte sono chiuse da improbabili giochi politici nascosti dietro il fatto che con la cultura non si mangia e ci sono altre priorità. E’ chiaro che Carlo Verdone non rientra tra gli artisti indigenti, ma sicuramente c’è in lui la preoccupazione della vecchiaia, dell’essere dimenticato, del voler ancora dare ma non trovare altra strada che inforcare ancora stancamente quella cinepresa e spremere quello che ancora ne rimane. Questa è la percezione che se ne ricava guardando questo suo ultimo film, Sotto una buona stella. Non riesco a trovare nulla in questo film da salvare e lo dico a malincuore. La sceneggiatura è debolissima, la fotografia sembra fatta dal Duccio del telefilm Boris, gli attori recitano al limite del credibile e la Cortellesi anche stavolta non ha trovato qualcuno che la dirigesse come si deve per far venir fuori il suo talento. Il personaggio di Verdone è stanco, si trascina per tutto il film, non ha neanche una lontana parvenza del Verdone che conosciamo. E io dico che ci sta tutta questa cosa, è normale, sta nella natura delle cose se ad un certo punto un artista ha esaurito le cose da dire! Il problema è che continuare questo stillicidio non rende omaggio alla grandezza dell’artista stesso. Perché seppure come regista Verdone è sempre stato abbastanza lineare senza grosse pretese, la sua grandezza è sempre stata quella di saper raccontare e delineare i personaggi in maniera precisa e studiata sin nei piccoli dettagli costruendoli sul suo corpo e sulle sue corde vocali, sui suoi tic e nevrosi. E’ chiaro che nella maturità di un signore di 60 anni tutto ciò diventa  malinconia che è stata ben raccontata nel personaggio che Verdone ha interpretato ne “La Grande Bellezza” . E forse è proprio in questo che adesso  potrebbe darsi e spendersi. Comunicare e dare un contributo ai nuovi, agli altri! Io fare carte false per andare a lezione da Verdone, se non altro per le esperienze fatte sul campo da Leone in poi. Questo paese ha lasciato Monicelli nella sua solitudine salvo criticarlo e giudicarlo nella sua scelta di porre fine alla sua vita, da uomo libero quale era. Che ci si può aspettare da un paese che ha affossato Cinecittà e la sua storia, dove i vari Risi, Monicelli, De Sica, Rossellini, Fellini, sono più studiati all’estero che in patria, dove se un film italiano vince l’Oscar si deve comunque criticare e andare contro perché fa schifo a prescindere. Un paese che non ha l’umiltà di capire che dal punto di vista culturale ormai sta morendo credendosi ancora in maniera presuntuosa l’Italia del Rinascimento! Invece è solo la provincia del fallimento artistico e culturale in cui i grandi arrancano e i nuovi vanno via. Questo paese ormai non è più “Sotto una buona stella”.

Vi lascio con un cameo di Carlo Verdone tratto dal film di Francesca Archibugi “Questioni di cuore” dove interpreta se stesso in visita ad un amico scenggiatore (interpretato da Antonio Albanese) che ha avuto un infarto. Questo pezzo è strepitoso perché in due minuti si racconta il Verdone ansioso, ipocondriaco che conosce a menadito tutti i farmaci per ogni tipo di malattia visto che nella sua ansia ha sviluppato una conoscenza dettagliata di malattia, diagnosi e cura! E ciò che dice in questo spezzone è corretto dal punto di vista medico! Strepitoso! Il Verdone che adoro!

Grandi Speranze purtroppo deluse!

Devo dire che ero un po’ combattuta nel decidere in quale categoria mettere questo post, se nella categoria “se hai due ore libere e non hai altro da fare” o in quella “Film da perdere” . Alla fine ho optato decisamente per la seconda. Ho voluto vedere questo film sia perché Dickens ha sempre il suo fascino, sia perché tra gli interpreti c’era una delle mia attrici preferite, Helena Bonham Carter. Scopro tra l’altro che uno dei protagonisti era interpretato da Ralph Fiennes, altro attore che mi piace abbastanza. Così mi predispongo con “grandi speranze” anche io.

Inizia il film con una ambientazione molto english, con il cimitero, l’orfano picchiato dalla sorella come un tamburo, il fuggitivo con le catene ridotto ad un relitto umano e tutto il corollario compreso le  “bianche scogliere di Dover”. Vabbè andiamo avanti vediamo dove va a parare mi dico. Arriva lei, la Bonham Carter nella parte di Miss Havisham, un personaggio perfetto per un’attrice come lei, strepitosa nelle parti da psicopatica! Il problema è che il film di Dickensiano conserva solo le ambientazioni, soprattutto per quanto riguarda la Londra disgustosa, sporca, promiscua, grigia e maleodorante. Per il resto man man che la storia va avanti diventa un melenso polpettone sentimentale, evitando di indagare sull’aspetto che a Dickens premeva mettere in risalto nei suoi romanzi, cioè le disuguaglianze sociali, l’ingiustizia istituzionale, forte con i poveri e dalla pena di morte facile. Fra l’altro questo racconto ha molti risvolti psicologici interessanti e molti colpi di scena, ma alla fine del film il regista (che poi ho scoperto chi era e ho capito tante cose!), dopo essersi dilungato sullo struggimento amoroso, corre, si affretta a raccontare tutti i colpi di scena uno dietro l’altro quasi a dover “quagliare” il film per chiuderlo in qualche modo.
E chi è il regista? Mike Newell, regista di “Quattro matrimoni e un funerale”, “MonaLisa Smile” e  “Harry Potter e il calice di fuoco”. In pratica aveva Bellatrix e Voldemort per le mani e ha pensato “Vediamo se ci posso fare qualcos’altro”. Mi attirerò sicuramente le ire di mezzo mondo, ma io non apprezzo molto la saga di Harry Potter, che ho visto tutta (TUTTI E 7 COMPRESO L’ULTIMO FATTO DA DUE FILM DI DUE ORE E MEZZO L’UNO!). Va bene che è interpretato da alcuni dei miei attori preferiti, come Emma Thompson per dire, ma ci sono aspetti che  mi hanno lasciato un po’ perplessa. Ma di questo magari ne parlerò in un altro post.
Il taglio melò del regista, però, si vede e tanto! Troppo per il povero Dickens che tutto era tranne che melenso! Ma tant’è!
Comunque alla fine due cose mi hanno colpito in questo film: La Bonham Carter muore bruciata per l’ennesima volta, ma almeno stavolta non su mandato del compagno Tim Burton e per mano del suo migliore amico Johnny Depp. (Questa cosa andrebbe indagata!)
La seconda, l’ultima inquadratura: i due innamorati si ritrovano dopo mille peripezie, finalmente sembra che le grandi speranze auspicate dal film si avverino e la scena sfuma sulle due mani che si stringono. Banale, vecchia inquadratura, senza speranza!