Robin Williams e il Cavaliere Rosso

Ho aspettato per scrivere un pezzo sulla morte di Robin Williams, per pudore di affrontare qualcosa di profondamente intimo della vita di un uomo. Provo sempre un certo disagio nel confrontarmi con il dolore altrui, quasi avessi paura di calpestarlo. Poi se chi muore era un attore famoso, bravo, geniale si sprecano parole su parole che banalizzano spesso gli eventi. Così ho lasciato sedimentare la notizia e ho preferito far raffreddare la cosa, per affrontarla cercando di non cadere nella retorica che si scatena dopo queste notizie.

Quando penso a Robin Williams, la prima cosa che mi viene in mente è un suo film che io amo molto perché lo considero uno dei film della mia vita. Si tratta di The Fisher King (La leggenda del Re pescatore), del1991 di Terry Gilliam (regista che io adoro!), con Jeff Bridges (adoro anche lui!). Tralascio di raccontarvi la trama, ma vi invito a guardarlo perché oltre ad essere una delle cose migliori che Gilliam ha prodotto insieme a Brazil, è uno dei film in cui Robin Williams da il meglio di sé in fatto di pazzia, umanità, tenerezza, coraggio, redenzione e sofferenza.

C’è una scena in questo film che credo racconti benissimo quale abisso ha attraversato Robin Williams nella sua esistenza, quante lotte ha affrontato e quante volte ha dovuto soccombere sino al giorno della sua morte. La scena è quella dell’inseguimento del Cavaliere Rosso che Perry, il personaggio interpretato da Williams, vede ogni volta che le sue angosce e paure si presentano. E’ il suo demone che lo perseguita, gli ricorda il suo dolore più grande, non gli da tregua, lo bracca, lui scappa, corre e si legge tutta la paura, il terrore nei suoi occhi! Ma è la fine di quella scena che fa riflette su cosa voglia dire avere un demone alle calcagna. Alla fine Perry viene accoltellato da un teppista che come unico scopo ha quello di picchiare i barboni (Perry è una sorta di barbone, di ultimo tra gli ultimi.) e sul viso si apre una smorfia di sorriso nel ringraziare finalmente della fine di quel dolore troppo grande, perfino più grande di essere accoltellato, preso a calci e pugni e ridotto in fin di vita!

Basta guardare la sequenza (la trovate qui) per capire quanto Robin Williams sapesse di cosa stava parlando. Lo sguardo terrorizzato, la corsa folle, le urla strazianti. E quel “Grazie!” finale che mi ha sempre fatto rimanere di sasso! Meglio una coltellata di tutto questo dolore!

Robin Williams era un grandissimo attore ricordato da tutti perché faceva ridere e pensare. Io lo ricordo sempre iperattivo, logorroico con uno sguardo pieno di cose da dire, ma che erano sempre meno di quelle che realmente riusciva a far venir fuori, anche se magari stava facendo di tutto per strapparti una risata. I suoi film hanno sempre raccontato in qualche modo ciò che comunque lo faceva soffrire e ciò che lo faceva sentire bene. Come ad esempio il dolore nel dover vedere poco i figli dopo un divorzio, come in Mrs. Doubtfire. La cosa bella di Robin Williams è che ha sempre raccontato con molta sincerità queste cose e questo faceva di lui non un divo ma un uomo. Il suo cervello probabilmente andava troppo veloce, tanto da non permettere un minuto di quiete. Si dice che questo accade alle persone troppo geniali o troppo sensibili. Non lo so, io penso che ognuno di noi abbia i suoi demoni, che si abbia più o meno fortuna nel saperli affrontare, ma a volte il tuo cervello è troppo oltre e tu perdi il controllo di te stesso al punto tale da desiderare che questo dolore, che ti impedisce di gestire la sua vita, abbia fine. C’è quella voce che continua e continua e non sta mai zitta, che è lì che ti spinge a saltare nel buio, allora ci provi con l’alcol, i farmaci, droga, qualsiasi cosa che possa farla star zitta anche solo un minuto. Ma tanto lei torna e riesce ad avere il sopravvento. Per questo provo profondo rispetto per il suo gesto, che può essere condiviso o meno, ma che merita il silenzio e forse una riflessione sulla propria esistenza. Molti si sono chiesti come faceva un uomo di successo, a cui non mancava nulla, ad essere depresso e a suicidarsi. Pensiero banale per pensiero banale, si risponde a questi che il successo non è garanzia di nulla in questa vita! Dovrebbe essere lapalissiano, ma evidentemente ancora si pensa alla depressione come un male di gente ricca e annoiata. Fatevi un giro presso polizia, 118, pronto soccorsi e vedrete quanta gente comune ha fatto le stesse scelte di Robin Williams.

Altri si chiedono se non fosse stato lasciato solo, se i suoi parenti, moglie, figli non si fossero accorti di nulla. In realtà Robin Williams era attorniato da molto affetto, ma quando il demone dentro di te ti assale non riesci neanche a percepire l’affetto che ti circonda, ti isola, perché da solo è più facile farti saltare nel buio. Il cervello macina, rumina, ingigantisce, il dolore aumenta e nessuno sembra in grado di aiutarti perché il demone vuole così. E così riesci ad essere bravissimo nel nascondere questo dolore a tutti! David Letterman nel ricordare la sua amicizia di ben 38 anni con Robin Williams, si rammarica di non aver capito quanto soffrisse! (Potete vedere un suo splendido ricordo qui).

Una cosa che mi lascia l’amaro in bocca è la morbosità attorno un evento del genere, di persone che spinte da proprie mancanze cerebrali, dalla mediocrità della propria esistenza, pensa di avere i propri cinque minuti di celebrità insultando i figli tramite la facile via dei social. Gente povera, gente che forse ha talmente poco in quel cervello che non gira affatto e non riesce a produrre nulla di buono nella vita. Altra cosa brutta sono le pubblicazioni dei report della polizia e del medico legale su come, cosa, dove in che modo è stato trovato il corpo. Non so, mi sembra solo inutile pornografia macabra che sfrutta il dolore.

Di questi giorni è la notizia data dalla moglie che a Robin Williams erano stati diagnosticati i primi sintomi del Parkinson. Ancora una sfida troppo grande e stavolta il Cavaliere Rosso ha vinto. Io ho adorato quest’uomo che molti definiscono clown, termine riduttivo e semplicistico per definire un artista completo, immenso, vero, che probabilmente ancora poteva dare molto nella maturità. Per fortuna ha lasciato tanto di quella sua umanità fragile e meravigliosa con la quale ha creato momenti di poesia pura! Scommetto che c’è gente che darebbe un occhio per essere guardati, almeno una volta nella vita, con lo stesso sguardo che ha Robin Williams/Perry in questa scena, mentre ammira la sua amata che avanza tra la folla, Lydia, considerata da tutti compreso lei stessa, insignificante, come la cosa più bella del mondo:

Ma a me piace ricordare anche il suo lato pungente, scorretto con un piccolo filmato tratto dalla notte degli oscar del 2000, dove presenta una delle canzoni candidate per il film scorrettissimo “South Park”. Godetevi questo pezzo che per quanto piccolo è solo l’assaggio (in rete potrete trovare pezzi molto belli, incisivi e corrosivi!) di un grandioso talento che per fortuna possiamo ancora ammirare attraverso ciò che ha fatto!

Aggiornamento:
Ho appena visto queste stupende foto dal set di The Fisher King pubblicate da Jeff Bridges sul suo sito. Sono foto bellissime, commentate dallo stesso Bridges che raccontano il clima sul set e un Robin Williams che non si è mai risparmiato neanche quando le riprese diventano davvero pesanti! Potete trovarle qui .

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Maleficent: aridateme i soldi del biglietto!!!!

Se mi dite che questo film è stato pensato apposta per far fare ad Angelina Jolie la bella statuina e promuovere la nuova linea di make up in stile Maleficent, allora, forse, posso accettarlo come una bella pubblicità di rossetti e ombretti “malefici”. Se invece me lo spacciate per un vero film non ci siamo. E non perché la storia della bella addormentata sia rivisitata. A me neanche mi entusiasmava più di tanto l’originale, visto che le  principesse belle bionde e occhi azzurri, tutte brave e buone sinceramente non mi hanno mai impazzire. La rivisitazione ci può stare, ma per farla la devi sapere scrivere. E quando decidi di riscriverla devi capire che un personaggio che si chiama Malefica non può essere proprio una personcina tutta fatina svolazzante del bosco con le corna, due ali inquietanti ma tanto in armonia con la natura! Se c’è una cosa che la Disney sapeva fare bene, anche negli anni delle principessine zuccherose, era contrapporre un villain con i controfiocchi! E la Maleficent del cartone era bellissima, con quel suo disegno stilizzato imponente e sontuoso, espressione del male puro che alla fine si autodistrugge nella sua stessa furia malefica! Ho capito che in questo film volevate raccontare che in ogni essere umano e c’è il bene e il male e che sta ad ognuno la scelta. Ma lo devi saper raccontare e a meno che non sei Tim Burton che ha il pallino di raccontare cosa c’è dietro ogni azione violenta e malvagia, ti viene fuori una scopiazzatura melensa e poco credibile. A quanto pare era stato proposto a Burton di fare la regia, ma si sa che ormai con la Disney lui si trova nella posizione di mandarceli, se poco poco vede che il progetto non vale una cicca. E se questa è stata la dinamica, ha avuto ragione da vendere. Il perché è presto detto. La Maleficent del film è dipinta come una che in fondo era buona poi a causa di un tradimento diventa cattiva e vendicativa (e fin qui magari ci può stare, anche se ripeto, una che si chiama Maleficent qualche problemino dovrebbe avercelo… comunque). Dopodiché la favola prende una piega in stile film americano dove il cattivo incontra un bimbo e diventa buono e riscopre pure il lato materno (e si sa che con la Jolie caschi bene visto quanta maternità gira attorno a lei e al marito!). Insomma alla fine è lei che diventa buona che combatte contro i buoni che diventano cattivi e vissero tutti felici e contenti. Il principe fa la figura del fesso (vabbè questo può anche andare visto che di principi azzurri ne abbiamo le tasche piene!), Aurora è sempre inutilmente entusiasta (va bene che ha ricevuto il dono di essere sempre felice però ti viene da augurarle di pungersi al più presto, solo per non vederla più così entusiasta sempre e comunque!) e Angelina Jolie è una statua, bellissima, ma una statua, con guizzi alla Lara Croft e mise alla Catwoman. Io ancora devo vedere un film dove la Jolie abbia un’espressione diversa dal broncio/sguardo che ammalia fisso. (Ok, ho visto solo due film con lei, uno questo qui, l’altro The Tourist, uno dei film più brutti nella storia del cinema, dove lei aveva più o meno le stesse espressioni però con meravigliosi abiti di Colleen Atwood!) D’altronde non è che mi vengano in mente opere memorabili, a parte le copertine da perfetta coppia con Brad Pitt e le sue innumerevoli gravidanze, o il suo matrimonio con Billy Bob Thorton sugellato da patti di sangue vari! Insomma un personaggione  figlia di Jon Voight ,che ha fatto più notizia per i suoi problemi psichici, per le sue scelte rispettabilissime riguardo la sua salute, che per la sua carriera di attrice.

Insomma, se alla fine lo scopo era quello di farci vedere che anche i peggiori cattivi possono essere buoni, gli è andata male. Il villain per antonomasia è colui che nella sua psicopatia vede la sua visione del mondo come unica possibile, gli altri intralciano il suo cammino e vanno eliminati e per questo sono disposti all’autodistruzione pur di vedere distrutto quello che loro individuano come nemico. Uno psicopatico non si lascia mica deviare dal suo progetto da una biondina che ride tutto il tempo!

Io Maleficent preferisco ricordarla così con la sua voce tremenda e profonda e la sua risata malefica appunto! E la sua elegante cattiveria quando racconta al principe la fine che farà prendendolo per i fondelli!

 

“Sotto una buona stella” per Verdone non ha funzionato!

Io adoro Carlo Verdone! L’ho adorato per la sua capacità di creare personaggi che hanno raccontato questo paese. L’ho adorato nei suoi racconti di incontri memorabili come quelli con Sergio Leone. L’ho adorato per aver dato risalto a maschere indimenticabili come Mario Brega. Mi fa impazzire quando racconta della sua famiglia, della sua casa dove si respirava cultura ad ogni centimetro. E continuerà sempre ad essere per me uno dei più grandi narratori degli ultimi 30 anni del ‘900. Ecco perché credo che adesso sia arrivato il momento per lui di fermarsi e magari trovare la maniera di comunicare tutto questo suo immenso e prezioso bagaglio ai giovani, magari insegnando. Purtroppo questo paese non valorizza la cultura e il nostro cinema boccheggia anche perché lo spazio è poco e le nuove generazioni, per imparare, fanno prima ad andar via che aspettare una qualche occasione che raramente si presenta. Carlo Verdone rientra in quella categoria di artisti che ha dato tutto ciò che doveva e poteva e che forse non vuole o non può appendere la cinepresa al chiodo perché si troverebbe a non contare una cippa in questo paese. Dal punto di vista economico si sa che non esistono garanzie per la vecchiaia se non una vecchia legge Bacchelli per artisti indigenti, che però prevede che venga assegnato un vitalizio a persone in gravi condizioni economiche da parte del capo del governo (mi viene in mente un grande attore come Salvo Randone che solo quasi vicino alla morte riuscì ad avere il vitalizio! Dovette lavorare sino alla vigilia della sua morte e lo dovevano portare a braccia sul palcoscenico perché non riusciva a camminare! Un attore immenso! Che pena!). Se invece sei un artista che potrebbe dare ancora tanto magari insegnando ad altri il tuo mestiere, ecco che le porte sono chiuse da improbabili giochi politici nascosti dietro il fatto che con la cultura non si mangia e ci sono altre priorità. E’ chiaro che Carlo Verdone non rientra tra gli artisti indigenti, ma sicuramente c’è in lui la preoccupazione della vecchiaia, dell’essere dimenticato, del voler ancora dare ma non trovare altra strada che inforcare ancora stancamente quella cinepresa e spremere quello che ancora ne rimane. Questa è la percezione che se ne ricava guardando questo suo ultimo film, Sotto una buona stella. Non riesco a trovare nulla in questo film da salvare e lo dico a malincuore. La sceneggiatura è debolissima, la fotografia sembra fatta dal Duccio del telefilm Boris, gli attori recitano al limite del credibile e la Cortellesi anche stavolta non ha trovato qualcuno che la dirigesse come si deve per far venir fuori il suo talento. Il personaggio di Verdone è stanco, si trascina per tutto il film, non ha neanche una lontana parvenza del Verdone che conosciamo. E io dico che ci sta tutta questa cosa, è normale, sta nella natura delle cose se ad un certo punto un artista ha esaurito le cose da dire! Il problema è che continuare questo stillicidio non rende omaggio alla grandezza dell’artista stesso. Perché seppure come regista Verdone è sempre stato abbastanza lineare senza grosse pretese, la sua grandezza è sempre stata quella di saper raccontare e delineare i personaggi in maniera precisa e studiata sin nei piccoli dettagli costruendoli sul suo corpo e sulle sue corde vocali, sui suoi tic e nevrosi. E’ chiaro che nella maturità di un signore di 60 anni tutto ciò diventa  malinconia che è stata ben raccontata nel personaggio che Verdone ha interpretato ne “La Grande Bellezza” . E forse è proprio in questo che adesso  potrebbe darsi e spendersi. Comunicare e dare un contributo ai nuovi, agli altri! Io fare carte false per andare a lezione da Verdone, se non altro per le esperienze fatte sul campo da Leone in poi. Questo paese ha lasciato Monicelli nella sua solitudine salvo criticarlo e giudicarlo nella sua scelta di porre fine alla sua vita, da uomo libero quale era. Che ci si può aspettare da un paese che ha affossato Cinecittà e la sua storia, dove i vari Risi, Monicelli, De Sica, Rossellini, Fellini, sono più studiati all’estero che in patria, dove se un film italiano vince l’Oscar si deve comunque criticare e andare contro perché fa schifo a prescindere. Un paese che non ha l’umiltà di capire che dal punto di vista culturale ormai sta morendo credendosi ancora in maniera presuntuosa l’Italia del Rinascimento! Invece è solo la provincia del fallimento artistico e culturale in cui i grandi arrancano e i nuovi vanno via. Questo paese ormai non è più “Sotto una buona stella”.

Vi lascio con un cameo di Carlo Verdone tratto dal film di Francesca Archibugi “Questioni di cuore” dove interpreta se stesso in visita ad un amico scenggiatore (interpretato da Antonio Albanese) che ha avuto un infarto. Questo pezzo è strepitoso perché in due minuti si racconta il Verdone ansioso, ipocondriaco che conosce a menadito tutti i farmaci per ogni tipo di malattia visto che nella sua ansia ha sviluppato una conoscenza dettagliata di malattia, diagnosi e cura! E ciò che dice in questo spezzone è corretto dal punto di vista medico! Strepitoso! Il Verdone che adoro!

La sedia della felicità: il saluto alla vita di Carlo Mazzacurati

Di questo film non voglio dire nulla. Né la trama, né cosa mi è piaciuto di più, nulla che possa svelare anche solo qualcosa della storia. Bisogna vederlo e basta. Non perché sia il capolavoro di Mazzacurati ma perché è il suo saluto. E’ come se con questo film avesse voluto dire ciao a tutti gli amici e a tutti quelli che lo hanno seguito e ammirato in questi anni. E lo ha fatto con la sua ironica malinconia di sempre, stavolta addirittura pure più comica, lì a casa sua, nel suo Veneto che stavolta è pieno di sole e luce. Ci mette Valerio Mastrandrea ormai in grado solo con la sua faccia di raccontare mille mondi di sfighe da cui uscirne comunque vivo. Poi ci mette Isabella Ragonese, carina, ripulita dal suo accento palermitano, e il suo attore culto, Giuseppe Battiston, perfetto, un po’ stronzamente goffo o goffamente stronzo fate voi. E poi chiama tanti amici a fare piccole particine, camei, da Silvio Orlando, a Fabrizio Bentivoglio, a Roberto Citran, Milena Vukotic, Antonio Albanese, Natalino Balasso. Li mette tutti insieme in una specie di favola strampalata, ma non è nemmeno la storia la cosa importante, non è la sedia da trovare (mannaggia vi ho svelato un pezzetto di trama!), ma forse è quella felicità che viene cercata, viene invocata, viene evocata, che viene ricercata in una cosa brutta, ma brutta forte, che però nasconde un tesoro! Detta così sembra il festival delle banalità, ma Mazzacurati se ne fregava delle etichette e faceva quello che più gli piaceva, cioè raccontare personaggi, farli muovere, parlare, dentro una storia più o meno intrigante, ma ridendo comunque anche se forse c’è poco da ridere. E dire che in questo film ci sta pure la crisi, la tanto schifosa crisi economica, starnazzata da chi  vuole acchiappare voti, sofferta da chi in quei voti non crede più. E allora cosa diavolo è questa felicità che alla fine trovano i protagonisti e che un moribondo vorrebbe farci credere di aver scoperto? I protagonisti cosa trovano? Mazzacurati ci lascia in un finale quasi da cartone animato, ci dice ciao e ci dice andate voi adesso che io sono arrivato. Forse non voleva lasciare proprio nessun messaggio, nessuna strada, solo forse una dritta: non è tanto quanto vivi ma come vivi, alla fine della fiera varranno solo i momenti intensi che hai vissuto, cercando.

Ecco un omaggio a Carlo Mazzacurati con le immagini tratte da alcuni dei suoi film più belli

Questione di Tempo: un film diviso in due

Questo è l’esempio di come un film possa essere bellissimo e non riuscitissimo, difettoso ma emozionante! Un film letteralmente diviso in due parti diverse per atmosfere e per emozioni, la seconda si trascina, a tratti cade nell’ovvio, ma nell’insieme alla fine sei contento di aver visto un film così colorato, malinconico, pieno di gioia, irreale, naif, ma alla fine scontato nella conclusione come a volte lo è una semplice verità che si scopre nel corso dell’esistenza.

Il film è diretto da Richard Curtis, sceneggiatore inglese famoso per aver scritto Notting Hill (dimenticabilissimo se non fosse per l’amico biondone in mutande di Hugh Grant!), Quattro matrimoni e un funerale (niente di che) e Il Diario di Bridget Jones (Non ce la posso fare! Troppo brutto nonostante ci sia Colin Firth che adoro!). Però come regista ha fatto un film che a me è piaciuto molto che è Love Actually , nel quale si intrecciano diverse storie d’amore alcune delle quali raccontate davvero bene con ironia tutta Brit con attori bravissimi (tra cui Emma Thompson, Alan Rickman, Colin Firth, Bill Nighy, così tanto per dirne qualcuno).

In questo film ritroviamo Bill Nighy, attore che spesso ha lavorato con Curtis (lo troviamo anche in I love Radio Rock sempre dello stesso regista), attore che ho imparato a conoscere grazie al fatto che sotto la testa da polipo ricostruita con la computer grafica di Davy Jones in Pirati dei Caraibi, c’era proprio lui, e grazie alla sua enorme capacità nell’usare le espressioni degli occhi e della sua voce, è riuscito a dare vita ad un immenso cattivo antagonista! (Io ho un debole per i Pirati…. ma questa è un’altra storia….).

Il film ha come protagonista un ragazzo, Tim, interpretato da Domnhall Gleeson, (per la cronaca è stato uno dei fratelli rossicci dell’amico rossiccio di Harry Potter, quello che si sposava alla fine credo!). Tim è imbranato e come ogni imbranato che si rispetti per trovare una ragazza ha qualche difficoltà. Un giorno il padre , Nighy appunto, gli svela che i maschi della loro famiglia posseggono il dono di viaggiare nel tempo ma solo all’indietro e non possono intervenire nei fatti della storia, solo in situazioni personali. Per esempio non puoi ammazzare Hitler, per dire. Questo dono diventa un espediente divertente nella prima parte del film, con dei continui salti di Tim indietro per poter al meglio conquistare la ragazza di cui si è innamorato, migliorando le varie performances (divertentissima la scena della loro prima volta a casa della ragazza! Chissà quanti maschietti vorrebbero lo stesso dono!).  Mary, la ragazza di cui Tim si innamora, è interpretata da Rachel MacAdams, che i più ricordano in Midnight in Paris di Woody Allen, ma io preferisco ricordarla giovanissima nel suo primo film, My name is Tanino di Paolo Virzì, film che mi sta particolarmente a cuore per svariati motivi che non sto qui ad elencare, nonché per il fatto che è girato dove ogni estate io vado al mare, proprio lì in quella caletta dove lei fa impazzire Tanino alias Corrado Fortuna.

Ritornando al film la prima parte è piena di colori, divertenti situazioni non banali in un contesto davvero naif, soprattutto perché per i famosi salti nel tempo non è stato usato nessun effetto speciale ma solo un espediente quasi da gioco di bambini: chiudersi al buio in un armadio stringendo i pugni! Potevano stupirci con effetti speciali, ma questo è un film che racconta con leggerezza di sentimenti ed emozioni che almeno nella prima parte sono un’esplosione di colori e musica e campagna inglese meravigliosa! Sì perché un pregio di questo film è raccontare il tutto immersi tra le scogliere della Cornovaglia estiva e in una Londra colorata, viva, romantica, diversa dai luoghi comuni che la vogliono cupa, grigia, gotica e incazzata. Ci sono vestiti leggeri e colorati, spiagge con un mare azzurro, fiori ovunque e il clou di questa esplosione di vita si ha con la scena del matrimonio, che mette tutte queste cose insieme sotto un temporale torrenziale e ventoso come da copione in Cornovaglia ma che non scalfisce di un millimetro la gioia degli invitati e soprattutto di una sposa bagnata fradicia di rosso vestita che entra in chiesa sulle note de Il Mondo di Jimmy Fontana (già, proprio lui! E vi assicuro che è una delle scene più belle che abbia mai visto!).

Dopo questa evento il film cambia, in maniera quasi brusca, arranca stancamente e perde molta freschezza. Man mano la favola imbranata e goffa fa i conti con la realtà. Il dono del tornare indietro nel tempo se prima era un gioco adesso viene utilizzato per cercare di risolvere situazioni per niente leggere, per niente colorate, per niente divertenti. Il film risente di questo e mentre si guarda pensi “Però che peccato andava così bene!” . Poi ripensandoci alla fine forse è voluto questo arrancare, perché alla fine si capisce che per quanto questo dono lo abbiamo invocato almeno una volta nella vita, se tornassimo indietro alcune cose non le potremmo cambiare perché non possiamo impedirle. Non possiamo impedire che le persone che amiamo soffrano. O per esempio se tornassimo indietro per fare altre scelte chi ci assicura che poi al ritorno nel presente troveremmo le cose come le abbiamo lasciate? Ogni azione, ogni sbaglio, ogni cosa che noi abbiamo fatto  e scelto, ha avuto delle conseguenze, ma ci ha resi quello che siamo, nel bene e nel male. Il dono che ha Tim non gli permette di andare nel futuro perché è tutto da costruire con ciò che abbiamo imparato dal passato. E allora cosa rimane se non vivere il presente come se ogni giorno fosse il giorno più importante di tutta la tua vita nella sua banale quotidianità?

E’ vero, il film arranca, è vero Bill Nighy poteva essere sfruttato meglio nella sua verve umoristica tutta britannica, è vero che il film è letteralmente diviso in due e alla fine si pensa che poteva essere fatto meglio, ma resta il fatto che quella scogliera in Cornovaglia mi è rimasta dentro e quella leggerezza piena di pioggia e di vento della scena del matrimonio mi ha fatto emozionare e la banale verità del finale mi ha fatto riflettere. Forse a volte basta questo perché un film imperfetto sia comunque bellissimo!

Per finire: questo è un film molto British, con personaggi stravaganti (tipo l’amico che ospita Tim a Londra, un autore teatrale eternamente incazzato con il mondo, interpretato da Tom Hollander, anche lui già visto in Pirati dei Caraibi nel ruolo di Cutler Becket … sempre pirati!), con una notevole colonna sonora (Dai Cure a Nick Cave tanto per dire!), un film dove pure la metropolitana di Londra diventa un posto bellissimo, è un film che secondo me vale la pena guardare fosse solo per sognare di stare in quella spiaggetta della Cornovaglia a prendere il tea con i personaggi, godendosi un caldo pomeriggio inglese….

Ed eccola allora la scena del matrimonio!

Carnage, ovvero il dio del massacro che è in ognuno di noi.

Questi sono giorni in cui abbiamo assistito a rutilanti scene di insulti ad alzo zero, gare a chi la sparava più grossa, dando ognuno dell’incivile all’altro e facendosi paladino di un mondo da salvare dalle barbarie (e da internet, il diavolo!). E mentre il gioco del rimpallo di chi avesse per primo detto parole brutte brutte continuava, come neanche nei peggiori asili di Caracas, (nulla di nuovo sotto il sole, solo il solito puzzo di stantio!) mi capita tra le mani un film che avrei sempre voluto vedere, “Carnage” di Roman Polansky, film che già dalla sinossi prometteva di mettere in scena una discesa agli inferi del dialogo e della civiltà! Bene, dico, vediamo che succede!
Film del 2011, con quattro attori di grandissimo livello come Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e Jonh C. Reilly, unici protagonisti dall’inizio alla fine in un unico spazio, l’appartamento di Brooklyn di una delle due coppie, nel quale si consuma il massacro, la carneficina appunto. Il film è tratto da una pièce teatrale della scrittrice francese Yasmine Reza, “Il dio del massacro”, e infatti Polanski sceglie di mettere lo spettatore di fronte l’azione come se fosse in un teatro. Questo già da il senso di un contesto che non ha spazi aperti, ma che racchiude in quei pochi metri quadri tutta la miseria che man man vien fuori da ogni personaggio, creando un ambiente claustrofobico nel quale nessuno può scappare, dove non ci sono vittime o carnefici, ma solo macerie umane.
La storia prende spunto dal tentativo di dialogo civile tra due famiglie, in seguito ad uno scontro fisico violento avvenuto tra i rispettivi figli. I genitori dei pargoletti di 11 anni iniziano un dialogo, con cortese ma falsa civiltà, per sistemare le cose, ma, man mano questa falsità comincia a cadere, i dialoghi diventano sempre più intensi e crollano tutte le difese. I quattro protagonisti incarnano alcuni degli stereotipi della cosiddetta società civile occidentale: c’è l’intellettuale molto radical chic, che si interessa di cultura, arte, scrive o almeno ci prova, ma soprattutto cerca di occuparsi attivamente delle miserie e delle catastrofi della lontana Africa, per non affrontare le sue personali miserie e catastrofi. Personaggio chiave, (ma in realtà lo sono tutti!), perché lei è una sorta di giudice con la sua verità assoluta in tasca. C’è suo marito, un uomo mediocre, che tenta di star dietro, apparentemente, a questa idea di società civile, ma che in realtà vuole sguazzare nella sua mediocrità e ci sta pure benone. C’è poi l’avvocato, perennemente attaccato al cellulare perché deve occuparsi di non far perdere il suo importantissimo e danaroso cliente, usando ogni mezzo, un uomo alla fine con una sua coerenza, che sa a cosa porterà tutto questo teatrino di cortesie pelose. E infine c’è sua moglie, una donna sensibile finché non le si tocca la sua borsa firmata e il suo rossetto. E sarà proprio lei a creare lo spartiacque tra il prima e il dopo, che darà inizio al massacro, a causa della  sua tendenza a somatizzare situazioni difficili, (con una scena che neanche sotto tortura rivelerò!). I personaggi di volta in volta si alleano due contro due, a seconda di chi e cosa bisogna colpire e quindi ognuno è vittima o carnefice dell’altro. Perché si sa, l’unione fa la forza soprattutto quando bisogna sputare in giro. Credo sia la vigliaccheria insita in ognuno di noi, quando non si hanno argomentazioni valide, ma solo unghie che strisciano sugli specchi e si ha bisogno di non cadere.

E’ chiaro sin da subito che nessuno tra di loro ammetterà mai il fatto che forse, i rispettivi figli, se hanno avuto comportamenti inadeguati, molesti o addirittura violenti, forse lo devono a quello che vedono e sentono dai loro rispettivi genitori. Basta ascoltarli queste mamme e papà, sotto l’effetto dell’alcol, che alla fine fungerà da macchina della verità, trasfigurando le loro faccine pulite e facendo cadere la maschera definitivamente. E in questa progressiva discesa agli inferi, aldilà del facile riferimento all’educazione familiare che è solo il primo strato superficiale del testo, vi è una più profonda analisi di una società che si sta sgretolando sotto la sua stessa apparente civiltà. Sembra che il dialogo debba per forza affermare una verità inconfutabile rispetto ad un’altra e non magari far solo emergere differenti punti di vista che poi possono portare a soluzioni condivise o anche a nessuna soluzione, ma solo a riflessioni. La mediocrità diviene l’unico modo per affrontare le cose in una specie di crociata contro le ipocrisie che diventa più ipocrita di ciò che si vuol combattere. Perché non è solo un discorso di cortesia ed educazione o di rispetto, è qualcosa che va oltre e sfiora davvero la dignità del pensiero umano e della parola civiltà, intesa come riconoscere nell’altro qualcuno che alla fine non fa più schifo di quanto non lo possa fare tu e da questa base cercare di risalire verso la superficie della pozzanghera di miserie nella quale ci si ritrova. Invece la tendenza sembra quella di allargare la pozzanghera vomitando (è il caso di dirlo!) l’uno sull’altro, tutto il marcio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’incapacità di rendersi conto che in realtà si è diventati ciò che non si vorrebbe essere, il fallimento. Alla fine però rimangono solo macerie, fiori disintegrati, puzza di vomito, vetri rotti, persone svuotate.
La soluzione sembrano trovarla i figli, e questo vuole essere un barlume di speranza in questa carneficina, che questi figli, che le prossime generazioni, non facciano gli errori dei loro genitori, anche se secondo me con questi esempi, se dovesse accadere, sarebbe un miracolo!
Infine voglio spendere due parole per gli attori: bravissimi, talmente bravi che ad un certo punto ho pensato che a Jody Foster le venisse un accidenti per quanto gonfia le vene del collo nel recitare con tanta foga! Kate Winslet è perfetta, Christoph Waltz è un mito nel fare personaggi non proprio gradevoli, e John C. Reilly, con quella faccia apparentemente buona, riesce a dare l’idea del personaggio grottesco che interpreta. Il bello è che si ride e la loro bravura nel trasmettere il senso del ridicolo nel quale si cacciano con le loro manie, abitudini, paure, rende il paradosso dello spettacolo degradante al quale si assiste ancora più grande. Insomma vale la pena di vedersi schiaffate davanti le miserie di questi quattro personaggi perché potrebbe essere come guardarsi allo specchio, se solo si ha l’accortezza però, di buttare la maschera del più bravo di tutti e mettersi in discussione!
Gustatevi una piccola anteprima trovata su youtube!

L’arte del sogno, un piccolo gioiello.

Questa settimana ha nevicato e io non sono proprio amante dei paesaggi stile steppa siberiana, soprattutto quando sei in giro a fare cose, o a recuperare la figlia a scuola in una selva di genitori ombrellati, con i maestri che non vedono l’ora di riconsegnare i pargoli urlanti, alla ricerca della faccia di mammina o papino sotto la neve! Un delirio!

Così, non riuscendo ad entusiasmarmi per la “romantica” coltre bianca, ho pensato che ci voleva un film. Ma bello proprio però! Con tutte le schifezze che si leggono in giro, ce sta pure la neve, almeno fateme sognà!
E infatti  ho scelto di vedere “L’arte del sogno” di Michel Gondry. Film del 2006 con Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg.

Gondry mi è sempre piaciuto, sin da quando realizzava i video di Bjork o dei White Stripes. Mi piace il suo stile onirico, surreale, quasi infantile. Apprezzo il fatto che usi lo stop motion per animare mondi pieni di pupazzi di pezza o per farti entrare in un loop di sequenze che seguono il ritmo della musica. E questo stile nei film è funzionale alle storie, a volte surreali, o semplicemente diventa escamotage per raccontare le emozioni, in continui giochi tra realtà e immaginazione.
“L’arte del sogno” è una storia d’amore vissuta attraverso i sogni di Stephane, in un mondo tutto suo, dove può diventare quello che nella realtà non riesce ad essere. Può essere forte, brillante, pieno d’inventiva o far accadere quello che nella realtà non accade, come dichiarare il suo amore alla ragazza della porta accanto. Questo mondo parallelo a volte è talmente vero da confondersi con la realtà, tanto da creare problemi nel quotidiano dei due ragazzi.
La poesia di questo film sta nel vivere questi sogni insieme al protagonista, Stephane, entrando in una dimensione che ricorda la stanza dei giochi di un bambino, come la ricostruzione della sua mente, una sorta di studio televisivo fatto tutto di cartone (una cosa in stile art attack, con i cartoni delle uova alle pareti, cartone ondulato e tubi per le telecamere) e con una camera virtuale dietro una tenda da doccia, dove si visualizzano i suoi desideri. Ma può capitare di essere catapultati, in un volo acquatico, sopra una città che si muove (scena che ricorda molto certi dipinti di Chagall) o su una barca di pezza che naviga su un mare di carte di caramelle blu e trasparenti. Sempre in bilico tra i due mondi, Stephane vorrebbe mettere in atto questi sogni, ma il suo sentirsi inadeguato lo porta a confondere realtà e sogno e così usa la sua immaginazione per inventare automi e macchine strampalate, come la macchina del tempo che ti porta avanti o indietro, ma solo di un secondo.

Questo film è un gioiello di narrazione, l’ho trovato molto malinconico ma mai scontato, un tocco sempre poetico e mai retorico. A tutti capita di essere un po’ Stephane e di rifugiarsi nei sogni, a volte è più facile, a volte la realtà è complicata, è triste, non ti senti adeguato, non hai le forze. Poi trovi delle carte di caramelle colorate e un vecchio cavallo di pezza e cominci ad immaginare di andare lontano, con la persona che ami, su una barca di panno che naviga verso un orizzonte di nuvole di cotone. E chissà che un giorno, il sogno possa con pazienza diventare realtà. L’arte del sogno in fondo è sapere fare sogni grandi con piccole cose, a piccoli passi e con gli ingredienti giusti. Attenti però a non sbattere contro quella porta che nel sogno vediamo aperta, ma che nella realtà è chiusa, visto che non abbiamo neanche mai provato a bussare, paralizzati dalla paura che qualcuno potesse aprirci. La paura a volte, irrazionalmente, ci fa prendere delle bruttissime testate che possono pure far sanguinare! E il risveglio può essere troppo doloroso!

Ecco qui un assaggio di questo piccolo gioiello, gli ingredienti per fare un sogno.