Carnage, ovvero il dio del massacro che è in ognuno di noi.

Questi sono giorni in cui abbiamo assistito a rutilanti scene di insulti ad alzo zero, gare a chi la sparava più grossa, dando ognuno dell’incivile all’altro e facendosi paladino di un mondo da salvare dalle barbarie (e da internet, il diavolo!). E mentre il gioco del rimpallo di chi avesse per primo detto parole brutte brutte continuava, come neanche nei peggiori asili di Caracas, (nulla di nuovo sotto il sole, solo il solito puzzo di stantio!) mi capita tra le mani un film che avrei sempre voluto vedere, “Carnage” di Roman Polansky, film che già dalla sinossi prometteva di mettere in scena una discesa agli inferi del dialogo e della civiltà! Bene, dico, vediamo che succede!
Film del 2011, con quattro attori di grandissimo livello come Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e Jonh C. Reilly, unici protagonisti dall’inizio alla fine in un unico spazio, l’appartamento di Brooklyn di una delle due coppie, nel quale si consuma il massacro, la carneficina appunto. Il film è tratto da una pièce teatrale della scrittrice francese Yasmine Reza, “Il dio del massacro”, e infatti Polanski sceglie di mettere lo spettatore di fronte l’azione come se fosse in un teatro. Questo già da il senso di un contesto che non ha spazi aperti, ma che racchiude in quei pochi metri quadri tutta la miseria che man man vien fuori da ogni personaggio, creando un ambiente claustrofobico nel quale nessuno può scappare, dove non ci sono vittime o carnefici, ma solo macerie umane.
La storia prende spunto dal tentativo di dialogo civile tra due famiglie, in seguito ad uno scontro fisico violento avvenuto tra i rispettivi figli. I genitori dei pargoletti di 11 anni iniziano un dialogo, con cortese ma falsa civiltà, per sistemare le cose, ma, man mano questa falsità comincia a cadere, i dialoghi diventano sempre più intensi e crollano tutte le difese. I quattro protagonisti incarnano alcuni degli stereotipi della cosiddetta società civile occidentale: c’è l’intellettuale molto radical chic, che si interessa di cultura, arte, scrive o almeno ci prova, ma soprattutto cerca di occuparsi attivamente delle miserie e delle catastrofi della lontana Africa, per non affrontare le sue personali miserie e catastrofi. Personaggio chiave, (ma in realtà lo sono tutti!), perché lei è una sorta di giudice con la sua verità assoluta in tasca. C’è suo marito, un uomo mediocre, che tenta di star dietro, apparentemente, a questa idea di società civile, ma che in realtà vuole sguazzare nella sua mediocrità e ci sta pure benone. C’è poi l’avvocato, perennemente attaccato al cellulare perché deve occuparsi di non far perdere il suo importantissimo e danaroso cliente, usando ogni mezzo, un uomo alla fine con una sua coerenza, che sa a cosa porterà tutto questo teatrino di cortesie pelose. E infine c’è sua moglie, una donna sensibile finché non le si tocca la sua borsa firmata e il suo rossetto. E sarà proprio lei a creare lo spartiacque tra il prima e il dopo, che darà inizio al massacro, a causa della  sua tendenza a somatizzare situazioni difficili, (con una scena che neanche sotto tortura rivelerò!). I personaggi di volta in volta si alleano due contro due, a seconda di chi e cosa bisogna colpire e quindi ognuno è vittima o carnefice dell’altro. Perché si sa, l’unione fa la forza soprattutto quando bisogna sputare in giro. Credo sia la vigliaccheria insita in ognuno di noi, quando non si hanno argomentazioni valide, ma solo unghie che strisciano sugli specchi e si ha bisogno di non cadere.

E’ chiaro sin da subito che nessuno tra di loro ammetterà mai il fatto che forse, i rispettivi figli, se hanno avuto comportamenti inadeguati, molesti o addirittura violenti, forse lo devono a quello che vedono e sentono dai loro rispettivi genitori. Basta ascoltarli queste mamme e papà, sotto l’effetto dell’alcol, che alla fine fungerà da macchina della verità, trasfigurando le loro faccine pulite e facendo cadere la maschera definitivamente. E in questa progressiva discesa agli inferi, aldilà del facile riferimento all’educazione familiare che è solo il primo strato superficiale del testo, vi è una più profonda analisi di una società che si sta sgretolando sotto la sua stessa apparente civiltà. Sembra che il dialogo debba per forza affermare una verità inconfutabile rispetto ad un’altra e non magari far solo emergere differenti punti di vista che poi possono portare a soluzioni condivise o anche a nessuna soluzione, ma solo a riflessioni. La mediocrità diviene l’unico modo per affrontare le cose in una specie di crociata contro le ipocrisie che diventa più ipocrita di ciò che si vuol combattere. Perché non è solo un discorso di cortesia ed educazione o di rispetto, è qualcosa che va oltre e sfiora davvero la dignità del pensiero umano e della parola civiltà, intesa come riconoscere nell’altro qualcuno che alla fine non fa più schifo di quanto non lo possa fare tu e da questa base cercare di risalire verso la superficie della pozzanghera di miserie nella quale ci si ritrova. Invece la tendenza sembra quella di allargare la pozzanghera vomitando (è il caso di dirlo!) l’uno sull’altro, tutto il marcio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’incapacità di rendersi conto che in realtà si è diventati ciò che non si vorrebbe essere, il fallimento. Alla fine però rimangono solo macerie, fiori disintegrati, puzza di vomito, vetri rotti, persone svuotate.
La soluzione sembrano trovarla i figli, e questo vuole essere un barlume di speranza in questa carneficina, che questi figli, che le prossime generazioni, non facciano gli errori dei loro genitori, anche se secondo me con questi esempi, se dovesse accadere, sarebbe un miracolo!
Infine voglio spendere due parole per gli attori: bravissimi, talmente bravi che ad un certo punto ho pensato che a Jody Foster le venisse un accidenti per quanto gonfia le vene del collo nel recitare con tanta foga! Kate Winslet è perfetta, Christoph Waltz è un mito nel fare personaggi non proprio gradevoli, e John C. Reilly, con quella faccia apparentemente buona, riesce a dare l’idea del personaggio grottesco che interpreta. Il bello è che si ride e la loro bravura nel trasmettere il senso del ridicolo nel quale si cacciano con le loro manie, abitudini, paure, rende il paradosso dello spettacolo degradante al quale si assiste ancora più grande. Insomma vale la pena di vedersi schiaffate davanti le miserie di questi quattro personaggi perché potrebbe essere come guardarsi allo specchio, se solo si ha l’accortezza però, di buttare la maschera del più bravo di tutti e mettersi in discussione!
Gustatevi una piccola anteprima trovata su youtube!

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