L’arte del sogno, un piccolo gioiello.

Questa settimana ha nevicato e io non sono proprio amante dei paesaggi stile steppa siberiana, soprattutto quando sei in giro a fare cose, o a recuperare la figlia a scuola in una selva di genitori ombrellati, con i maestri che non vedono l’ora di riconsegnare i pargoli urlanti, alla ricerca della faccia di mammina o papino sotto la neve! Un delirio!

Così, non riuscendo ad entusiasmarmi per la “romantica” coltre bianca, ho pensato che ci voleva un film. Ma bello proprio però! Con tutte le schifezze che si leggono in giro, ce sta pure la neve, almeno fateme sognà!
E infatti  ho scelto di vedere “L’arte del sogno” di Michel Gondry. Film del 2006 con Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg.

Gondry mi è sempre piaciuto, sin da quando realizzava i video di Bjork o dei White Stripes. Mi piace il suo stile onirico, surreale, quasi infantile. Apprezzo il fatto che usi lo stop motion per animare mondi pieni di pupazzi di pezza o per farti entrare in un loop di sequenze che seguono il ritmo della musica. E questo stile nei film è funzionale alle storie, a volte surreali, o semplicemente diventa escamotage per raccontare le emozioni, in continui giochi tra realtà e immaginazione.
“L’arte del sogno” è una storia d’amore vissuta attraverso i sogni di Stephane, in un mondo tutto suo, dove può diventare quello che nella realtà non riesce ad essere. Può essere forte, brillante, pieno d’inventiva o far accadere quello che nella realtà non accade, come dichiarare il suo amore alla ragazza della porta accanto. Questo mondo parallelo a volte è talmente vero da confondersi con la realtà, tanto da creare problemi nel quotidiano dei due ragazzi.
La poesia di questo film sta nel vivere questi sogni insieme al protagonista, Stephane, entrando in una dimensione che ricorda la stanza dei giochi di un bambino, come la ricostruzione della sua mente, una sorta di studio televisivo fatto tutto di cartone (una cosa in stile art attack, con i cartoni delle uova alle pareti, cartone ondulato e tubi per le telecamere) e con una camera virtuale dietro una tenda da doccia, dove si visualizzano i suoi desideri. Ma può capitare di essere catapultati, in un volo acquatico, sopra una città che si muove (scena che ricorda molto certi dipinti di Chagall) o su una barca di pezza che naviga su un mare di carte di caramelle blu e trasparenti. Sempre in bilico tra i due mondi, Stephane vorrebbe mettere in atto questi sogni, ma il suo sentirsi inadeguato lo porta a confondere realtà e sogno e così usa la sua immaginazione per inventare automi e macchine strampalate, come la macchina del tempo che ti porta avanti o indietro, ma solo di un secondo.

Questo film è un gioiello di narrazione, l’ho trovato molto malinconico ma mai scontato, un tocco sempre poetico e mai retorico. A tutti capita di essere un po’ Stephane e di rifugiarsi nei sogni, a volte è più facile, a volte la realtà è complicata, è triste, non ti senti adeguato, non hai le forze. Poi trovi delle carte di caramelle colorate e un vecchio cavallo di pezza e cominci ad immaginare di andare lontano, con la persona che ami, su una barca di panno che naviga verso un orizzonte di nuvole di cotone. E chissà che un giorno, il sogno possa con pazienza diventare realtà. L’arte del sogno in fondo è sapere fare sogni grandi con piccole cose, a piccoli passi e con gli ingredienti giusti. Attenti però a non sbattere contro quella porta che nel sogno vediamo aperta, ma che nella realtà è chiusa, visto che non abbiamo neanche mai provato a bussare, paralizzati dalla paura che qualcuno potesse aprirci. La paura a volte, irrazionalmente, ci fa prendere delle bruttissime testate che possono pure far sanguinare! E il risveglio può essere troppo doloroso!

Ecco qui un assaggio di questo piccolo gioiello, gli ingredienti per fare un sogno.

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