A volte è necessario sentirselo dire!

Citazione

Questo è un periodo strano, complicato e non molto chiaro, di quei periodi che più cerchi di capirci qualcosa più non riesci a cavarne un ragno dal buco. Anche questo blog l’avevo pensato in un modo, ma credo che sia necessario farlo crescere verso altro, perché io sono tante cose, a volte troppe, cose che si affastellano e si presentano tutte insieme e fanno lavorare il cervello a tremila giri.
Oggi avevo bisogno di far spazio nel mio cervello che sta prendendo il sopravvento su tutto, viscere, gola, muscoli, ossa comprese. E allora sono andata a ripescare un vecchio film, Don Juan De Marco. L’ho scelto sia perché vedere Johnny Depp che bacia una serie di volte fa sempre bene (film visto in lingua originale, perché sentire Johnny Depp doppiato con la voce da adolescente mi smonta l’atmosfera!), sia perché avevo bisogno di vedere una scena tra Marlon Brando e Faye Dunaway che mi ha sempre colpito moltissimo. Cosa rimane di una coppia dopo tantissimi anni insieme, quando si conosce così tanto dell’altro, tutte le manie, gusti, nevrosi, difetti, ma si dimentica di fare l’unica domanda sensata da fare in mezzo a tazze sporche, bollette, figli, e tante altre cose? “Ho bisogno di sapere chi sei davvero, voglio sapere quali sono i tuoi sogni, i tuoi desideri. Se si sono persi lungo la strada mentre io pensavo a me stesso.” . Ebbene si, uno pensa che mai questa domanda verrà  fatta! Invece è bello farsela a vicenda e scoprire le risposte!

“Jack Mickler:
I need to find out who you are.

Marilyn Mickler:
Jack, you know who I am. Who’s brought you coffee for the last
thirty-three years?

Jack Mickler:
Listen, I know a lot about dirty
coffee cups and I know a lot of facts. But I need to know, all about
you.

Marilyn Mickler:
What do you wanna know?

Jack Mickler:
I wanna know… what your hopes, and your dreams are. They got lost
along the way, while I was thinking about myself. What’s so
funny?

Marilyn Mickler crying and laughing at the same time:
I thought you’d never ask. “

Il film è uno di quelli che si guardano quando si hanno due ore libere e non si ha nulla da fare, ma anche in questo tipo di film ci sono piccole perle come Marlon Brando e Faye Dunaway, bellissimi, commoventi, che ricordano quanto nella vita, nonostante tutto, quel rompiscatole che hai accanto è quello a cui puoi raccontare tutto, le tue miserie e i tuoi sogni, provando a vivere queste cose! E che tu in quanto a rompiscatole non scherzi! E allora forse invecchiare così è la cosa che ti auguri di poter vivere sino in fondo!!!

Carnage, ovvero il dio del massacro che è in ognuno di noi.

Questi sono giorni in cui abbiamo assistito a rutilanti scene di insulti ad alzo zero, gare a chi la sparava più grossa, dando ognuno dell’incivile all’altro e facendosi paladino di un mondo da salvare dalle barbarie (e da internet, il diavolo!). E mentre il gioco del rimpallo di chi avesse per primo detto parole brutte brutte continuava, come neanche nei peggiori asili di Caracas, (nulla di nuovo sotto il sole, solo il solito puzzo di stantio!) mi capita tra le mani un film che avrei sempre voluto vedere, “Carnage” di Roman Polansky, film che già dalla sinossi prometteva di mettere in scena una discesa agli inferi del dialogo e della civiltà! Bene, dico, vediamo che succede!
Film del 2011, con quattro attori di grandissimo livello come Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e Jonh C. Reilly, unici protagonisti dall’inizio alla fine in un unico spazio, l’appartamento di Brooklyn di una delle due coppie, nel quale si consuma il massacro, la carneficina appunto. Il film è tratto da una pièce teatrale della scrittrice francese Yasmine Reza, “Il dio del massacro”, e infatti Polanski sceglie di mettere lo spettatore di fronte l’azione come se fosse in un teatro. Questo già da il senso di un contesto che non ha spazi aperti, ma che racchiude in quei pochi metri quadri tutta la miseria che man man vien fuori da ogni personaggio, creando un ambiente claustrofobico nel quale nessuno può scappare, dove non ci sono vittime o carnefici, ma solo macerie umane.
La storia prende spunto dal tentativo di dialogo civile tra due famiglie, in seguito ad uno scontro fisico violento avvenuto tra i rispettivi figli. I genitori dei pargoletti di 11 anni iniziano un dialogo, con cortese ma falsa civiltà, per sistemare le cose, ma, man mano questa falsità comincia a cadere, i dialoghi diventano sempre più intensi e crollano tutte le difese. I quattro protagonisti incarnano alcuni degli stereotipi della cosiddetta società civile occidentale: c’è l’intellettuale molto radical chic, che si interessa di cultura, arte, scrive o almeno ci prova, ma soprattutto cerca di occuparsi attivamente delle miserie e delle catastrofi della lontana Africa, per non affrontare le sue personali miserie e catastrofi. Personaggio chiave, (ma in realtà lo sono tutti!), perché lei è una sorta di giudice con la sua verità assoluta in tasca. C’è suo marito, un uomo mediocre, che tenta di star dietro, apparentemente, a questa idea di società civile, ma che in realtà vuole sguazzare nella sua mediocrità e ci sta pure benone. C’è poi l’avvocato, perennemente attaccato al cellulare perché deve occuparsi di non far perdere il suo importantissimo e danaroso cliente, usando ogni mezzo, un uomo alla fine con una sua coerenza, che sa a cosa porterà tutto questo teatrino di cortesie pelose. E infine c’è sua moglie, una donna sensibile finché non le si tocca la sua borsa firmata e il suo rossetto. E sarà proprio lei a creare lo spartiacque tra il prima e il dopo, che darà inizio al massacro, a causa della  sua tendenza a somatizzare situazioni difficili, (con una scena che neanche sotto tortura rivelerò!). I personaggi di volta in volta si alleano due contro due, a seconda di chi e cosa bisogna colpire e quindi ognuno è vittima o carnefice dell’altro. Perché si sa, l’unione fa la forza soprattutto quando bisogna sputare in giro. Credo sia la vigliaccheria insita in ognuno di noi, quando non si hanno argomentazioni valide, ma solo unghie che strisciano sugli specchi e si ha bisogno di non cadere.

E’ chiaro sin da subito che nessuno tra di loro ammetterà mai il fatto che forse, i rispettivi figli, se hanno avuto comportamenti inadeguati, molesti o addirittura violenti, forse lo devono a quello che vedono e sentono dai loro rispettivi genitori. Basta ascoltarli queste mamme e papà, sotto l’effetto dell’alcol, che alla fine fungerà da macchina della verità, trasfigurando le loro faccine pulite e facendo cadere la maschera definitivamente. E in questa progressiva discesa agli inferi, aldilà del facile riferimento all’educazione familiare che è solo il primo strato superficiale del testo, vi è una più profonda analisi di una società che si sta sgretolando sotto la sua stessa apparente civiltà. Sembra che il dialogo debba per forza affermare una verità inconfutabile rispetto ad un’altra e non magari far solo emergere differenti punti di vista che poi possono portare a soluzioni condivise o anche a nessuna soluzione, ma solo a riflessioni. La mediocrità diviene l’unico modo per affrontare le cose in una specie di crociata contro le ipocrisie che diventa più ipocrita di ciò che si vuol combattere. Perché non è solo un discorso di cortesia ed educazione o di rispetto, è qualcosa che va oltre e sfiora davvero la dignità del pensiero umano e della parola civiltà, intesa come riconoscere nell’altro qualcuno che alla fine non fa più schifo di quanto non lo possa fare tu e da questa base cercare di risalire verso la superficie della pozzanghera di miserie nella quale ci si ritrova. Invece la tendenza sembra quella di allargare la pozzanghera vomitando (è il caso di dirlo!) l’uno sull’altro, tutto il marcio, il rancore, la rabbia, la frustrazione, l’incapacità di rendersi conto che in realtà si è diventati ciò che non si vorrebbe essere, il fallimento. Alla fine però rimangono solo macerie, fiori disintegrati, puzza di vomito, vetri rotti, persone svuotate.
La soluzione sembrano trovarla i figli, e questo vuole essere un barlume di speranza in questa carneficina, che questi figli, che le prossime generazioni, non facciano gli errori dei loro genitori, anche se secondo me con questi esempi, se dovesse accadere, sarebbe un miracolo!
Infine voglio spendere due parole per gli attori: bravissimi, talmente bravi che ad un certo punto ho pensato che a Jody Foster le venisse un accidenti per quanto gonfia le vene del collo nel recitare con tanta foga! Kate Winslet è perfetta, Christoph Waltz è un mito nel fare personaggi non proprio gradevoli, e John C. Reilly, con quella faccia apparentemente buona, riesce a dare l’idea del personaggio grottesco che interpreta. Il bello è che si ride e la loro bravura nel trasmettere il senso del ridicolo nel quale si cacciano con le loro manie, abitudini, paure, rende il paradosso dello spettacolo degradante al quale si assiste ancora più grande. Insomma vale la pena di vedersi schiaffate davanti le miserie di questi quattro personaggi perché potrebbe essere come guardarsi allo specchio, se solo si ha l’accortezza però, di buttare la maschera del più bravo di tutti e mettersi in discussione!
Gustatevi una piccola anteprima trovata su youtube!

E’ morto Philip Seymour Hoffman

Avrei voluto scrivere qualcosa sulla morte di Philip Seymour Hoffman, ma la mia reazione alla notizia è stata solo silenzio, pieno di perché, rispettoso di una vita forse troppo geniale per poterla sopportare.
Poi ho letto questo articolo di  e ho pensato che ha detto tutto quello che io non riesco a mettere giù. Leggetelo perché PSH, come lo chiama Raimo, c’è ancora nei suoi film e questa credo sia la cosa più assurda ma più grandiosa del cinema!

Amare Philip Seymour Hoffman

di pubblicato  lunedì, 3 febbraio 2014

Philip Seymour Hoffman era il mio attore preferito. Uno per cui qualche ora fa i miei amici mi hanno mandato dei messaggi di timide condoglianze. Lo era diventato definitivamente quando vidi La famiglia Savage, un film del 2007 di Tamara Jenkins, che è la storia di un fratello e una sorella che non si sono mai filati troppo tra di loro e si ritrovano costretti a occuparsi da un momento all’altro del padre malato. Non era difficile immedesimarsi nel personaggio di Jon Savage per chi come me fa parte di una generazione iperformata culturalmente e handicappata dal punto di vista emotivo. La goffaggine nel trattare col padre, una virilità tutta scomposta, il fisico imbolsito di chi è diventato grassoccio dopo l’università e non dimagrirà mai più, il desiderio di sentirsi adulti e il non saper da dove cominciare: PSH dava un corpo a tutto questo; a una comunità di spettatori che vedeva in lui un attore che riusciva credibilmente a raccontare personalità complesse, iperemotive, disfunzionali, terribilmente sincere…. http://www.minimaetmoralia.it/wp/amare-philip-seymour-hoffman/

L’arte del sogno, un piccolo gioiello.

Questa settimana ha nevicato e io non sono proprio amante dei paesaggi stile steppa siberiana, soprattutto quando sei in giro a fare cose, o a recuperare la figlia a scuola in una selva di genitori ombrellati, con i maestri che non vedono l’ora di riconsegnare i pargoli urlanti, alla ricerca della faccia di mammina o papino sotto la neve! Un delirio!

Così, non riuscendo ad entusiasmarmi per la “romantica” coltre bianca, ho pensato che ci voleva un film. Ma bello proprio però! Con tutte le schifezze che si leggono in giro, ce sta pure la neve, almeno fateme sognà!
E infatti  ho scelto di vedere “L’arte del sogno” di Michel Gondry. Film del 2006 con Gael García Bernal e Charlotte Gainsbourg.

Gondry mi è sempre piaciuto, sin da quando realizzava i video di Bjork o dei White Stripes. Mi piace il suo stile onirico, surreale, quasi infantile. Apprezzo il fatto che usi lo stop motion per animare mondi pieni di pupazzi di pezza o per farti entrare in un loop di sequenze che seguono il ritmo della musica. E questo stile nei film è funzionale alle storie, a volte surreali, o semplicemente diventa escamotage per raccontare le emozioni, in continui giochi tra realtà e immaginazione.
“L’arte del sogno” è una storia d’amore vissuta attraverso i sogni di Stephane, in un mondo tutto suo, dove può diventare quello che nella realtà non riesce ad essere. Può essere forte, brillante, pieno d’inventiva o far accadere quello che nella realtà non accade, come dichiarare il suo amore alla ragazza della porta accanto. Questo mondo parallelo a volte è talmente vero da confondersi con la realtà, tanto da creare problemi nel quotidiano dei due ragazzi.
La poesia di questo film sta nel vivere questi sogni insieme al protagonista, Stephane, entrando in una dimensione che ricorda la stanza dei giochi di un bambino, come la ricostruzione della sua mente, una sorta di studio televisivo fatto tutto di cartone (una cosa in stile art attack, con i cartoni delle uova alle pareti, cartone ondulato e tubi per le telecamere) e con una camera virtuale dietro una tenda da doccia, dove si visualizzano i suoi desideri. Ma può capitare di essere catapultati, in un volo acquatico, sopra una città che si muove (scena che ricorda molto certi dipinti di Chagall) o su una barca di pezza che naviga su un mare di carte di caramelle blu e trasparenti. Sempre in bilico tra i due mondi, Stephane vorrebbe mettere in atto questi sogni, ma il suo sentirsi inadeguato lo porta a confondere realtà e sogno e così usa la sua immaginazione per inventare automi e macchine strampalate, come la macchina del tempo che ti porta avanti o indietro, ma solo di un secondo.

Questo film è un gioiello di narrazione, l’ho trovato molto malinconico ma mai scontato, un tocco sempre poetico e mai retorico. A tutti capita di essere un po’ Stephane e di rifugiarsi nei sogni, a volte è più facile, a volte la realtà è complicata, è triste, non ti senti adeguato, non hai le forze. Poi trovi delle carte di caramelle colorate e un vecchio cavallo di pezza e cominci ad immaginare di andare lontano, con la persona che ami, su una barca di panno che naviga verso un orizzonte di nuvole di cotone. E chissà che un giorno, il sogno possa con pazienza diventare realtà. L’arte del sogno in fondo è sapere fare sogni grandi con piccole cose, a piccoli passi e con gli ingredienti giusti. Attenti però a non sbattere contro quella porta che nel sogno vediamo aperta, ma che nella realtà è chiusa, visto che non abbiamo neanche mai provato a bussare, paralizzati dalla paura che qualcuno potesse aprirci. La paura a volte, irrazionalmente, ci fa prendere delle bruttissime testate che possono pure far sanguinare! E il risveglio può essere troppo doloroso!

Ecco qui un assaggio di questo piccolo gioiello, gli ingredienti per fare un sogno.