Corrado Guzzanti il mio guru!!!

Citazione

Io amo alla follia Corrado Guzzanti! Non ci sono storie, è geniale! Oggi vado sulla sua pagina di Facebook e leggo questo stato che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi. Se uno riesce a scrivere una “cosina” così solo per divertirsi ha tutta la mia stima e il mio rispetto! Io per scrivere due frasi che abbiano senso ci devo pensare e ripensare giorni!!!  Siamo nati pure lo stesso giorno anche se di anni diversi ma mi sa che non basta per arrivare a questi livelli!!! 😀

Quanto manca un suo nuovo lavoro? Tantissimo!!!

Di Corrado Guzzanti
Dopo l’ennesimo pranzo di lavoro sono pronto a proporre un mio menù per un tipico ristorante radical chic romano:
I candelotti di manzo alla bugiardina, con aceto di mugnaia e frasche di luppolo.
La polendina di mais, cruscata al vapore con dita di coriandolo.
La quadriglia di polipi di fiume in una biga di panvecchio e Stantìa di noce muschiata.
La polpetta solitaria in vestigia di campo con burretti neri e carciofa selvatica.
Le penne di torba in salsa di cerva, in un letto di trina vegetale.
Le fùschie al vapore con céce verde e distanze di cannella.
La prognosi di manzo, scottato nell’infanzia con vino mulatto e barba di lattuga.
I fischietti di cavolo nero con brùgne e pinolo cagliaritano.
Una selezione de: I nostri stracchini piccanti!
La guastàta di triglie incistata di olive sagrestane.
La bombetta di pesciolina cotta al coccio con essenza di sandalo e dell’altro sandalo.
L’alluce di mare (per due persone) adagiato su macerie di tartufo e rucola di birba. Esplosa di uova al microonde di Taranto con ricci di mare e bucce di cocomero.
La farsa di frutta, con false arance e melograno incidentato.
Dishonoré di crema fattucchiera e ciliegie.
Il conto su carta a quadretti di terza e ricevuta di pane carasau.
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Oggi, Giorno della memoria della Shoah, giorno in cui si ricorda quanto il male più è banale più è distruttivo, più è stupido più uccide ogni dignità, voglio ricordare questo splendido film di Roman Polanski del 2002, “Il Pianista”. E’ la storia vera del pianista ebreo polacco Władysław Szpilman, sopravvissuto all’invasione della Polonia sino alla distruzione finale di Varsavia e alla liberazione da parte dei russi. Film bellissimo, struggente e straziante, con la musica di Chopin che perfettamente racconta questo tentare di sopravvivere nel ricordo della bellezza di poter sfiorare dei tasti di un pianoforte e produrre musica. Il film vinse due Oscar come miglior regia e migliore attore protagonista per Adrian Brody, bravo da far venire la pelle d’oca ad ogni inquadratura. Goebbels citava sempre una frase di un’opera teatrale di Hanns Johst, che suonava  “quando sento la parola cultura, metto mano alla pistola“, Abbado diceva che la cultura è ciò che permette di distinguere il bene dal male. Non siamo usciti da quel tunnel di follia e forse l’unica salvezza rimane raccontare cosa accadde e cosa purtroppo ancora accade ai nostri figli e far capire loro che essere curiosi, leggere, ascoltare musica, sapere, essere coscienti del proprio essere cittadini rimane ancora l’unica arma vincente contro la banale e stupida follia umana.

Il Capitale Umano un pò sprecato!

Succede che in un periodo di alti e bassi, si mettano in fila una serie di eventi, per cui gli astri si posizionano in maniera tale da aprire una finestra temporale, che permette di avere un pomeriggio libero. Succede che ti guardi con il tuo lui e pensi che si potrebbe osare magari fare qualcosa di estremo, di dirompente, di eccitante, una cosa che non fai da tempo! Tipo andare al cinema per vedere un film che non sia pieno di fatine, campanellini o canzoncine o con disegni animati! WOW!
Si decide di andare a vedere “Il Capitale umano” di Paolo Virzì. Ok, si comprano i biglietti con molto anticipo visto che ormai i cinema sono peggio degli autobus nell’orario di punta, film a nastro e gente piena di popcorn e bicchieri di coca cola giganti in quella che dovrebbe essere una fila (cioè il concetto italiano di fila, un groviglio di varia umanità accalcata che cerca di trovare fessure per fregare gli altri ed entrare per primi anche se hai il biglietto con il numero del posto assegnato!).
Fatto? Partiamo! Andiamo al cinema!
Inizio col dire che a me Virzì piace da quando vidi “Ovosodo”  perché è un regista che sa descrivere i suoi personaggi con la leggerezza del bischero ma con l’acutezza di chi cerca proprio quel tipo di storia apparentemente comune, ma invece piena di gente fuori dal comune, a suo modo. Ho adorato “My name is Tanino” dove Corrado Fortuna è uno splendido sfigato pieno di sogni, studente fuori sede di cinema, amante soprattutto di quegli autori troppo off anche per i teatri off di New York (niente, ci devo fare un post su questo film!). Insomma sono andata animata da buone intenzioni, pur sapendo che questo film sarebbe stato diverso dagli altri.

Questo film in effetti ha un taglio diverso, si ispira all’omonimo libro americano di Stephen Amidon del 2004 e Virzì ha cercato di costruire una sorta di thriller con uno sguardo verso la commedia. Un po’ quello che cercavano di fare i vari Monicelli, Risi, Comencini etc. Il romanzo è adattato alla situazione italiana e questo è importante dirlo, perchè purtroppo è anche il limite della sceneggiatura  secondo me. Quando ho visto il trailer la frase che mi aveva incuriosito molto era quella pronunciata dalla Bruni Tedeschi “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto.”. Quindi la storia, ambientata nella Brianza invernale tra bellissime ville, neve e atmosfera rarefatta, a simboleggiare la rarefazione degli animi dei protagonisti, avrebbe dovuto raccontare come la generazione degli imprenditori rampanti si sia mangiato non solo un paese, ma intere generazioni a venire. Ottimo spunto, se non che questo obiettivo si perde, in un racconto pieno di vicende personali dei vari personaggi, che però non danno contezza di cosa in effetti questi abbiano fatto per distruggere il futuro dei loro figli. Il pretesto dell’investimento in fondi che speculano sui mercati non regge in quanto il film non da nessuna spiegazione su come delle operazioni di borsa, indubbiamente ad alto rischio, possano incidere sull’economia del paese e sulla moralità di una intera società. Il sistema imprenditoriale alla fine non esce così malconcio e chi non è del settore fatica a capire cosa c’entri tutto questo con la famosa frase pronunciata dalla Bruni Tedeschi di cui sopra. Inoltre non si capisce che relazione abbia questa speculazione finanziaria con gli accadimenti tragici che avvengono nel film e che dovrebbero portare a dare prova che il capitalismo ha fallito. Sarebbe stato bello dimostrarlo visto che è un argomento di interesse enorme in questo periodo, sarebbe stato interessante capire come la finanza abbia davvero spolpato questo paese, piccoli imprenditori compresi, per esempio con il nero, i fondi all’estero, le tasse non pagate, i contributi pubblici gonfiati, la corruzione, le mafie. Ma niente di tutto questo viene fuori dal film se non il fallimento di chi vuole fare il salto verso il villone del cumenda non avendone i mezzi e mettendo a repentaglio tutta la vita, sua e della famiglia. Quello che manca è la fotografia di un paese, non basta raccontare esistenze svuotate da una vita solo in apparenza appagante e piena, con lo spiegone di ogni vuoto diviso in capitoli. Perché, e qui secondo l’enorme limite, il libro dal quale è tratta la storia, racconta un paese come l’America che nel 2004 ancora era in una situazione stabile, la bolla immobiliare scoppierà solo nel 2006 e probabilmente le situazioni economiche, politiche e finanziare erano molto differenti da quella italiana. Infatti ad un certo punto nel film si fa riferimento ad un mercato immobiliare che va bene, cosa che come tutti sanno non è assolutamente vera. Insomma sembra che Virzì stavolta abbia voluto affrontare un argomento, il mondo finanziario, che forse non conosce bene e quindi non è riuscito a raccontare davvero fino in fondo il paese. Peccato, perché il film non è brutto, gli attori sono molto bravi, la Bruni Tedeschi è perfetta nel personaggio della moglie dell’imprenditore di successo, un po’ svampita, che deve riempire una giornata di impegni vari ed eventuali giusto per sentirsi viva. Fabrizio Bentivoglio è bravissimo, Fabrizio Gifuni anche. L’unica che mi sembra penalizzata è la Golino che fa un personaggio un po’ di contorno, uno dei pochi realmente positivi del film. Il problema forse sta anche in una regia un po’ vecchio stile, con le stesse scene girate da punti di vista diversi proprio per raccontare i vari capitoli, e questo crea un po’ di stanchezza e alla fine speri quasi che arrivi al più presto l’ultimo capitolo. Il famoso colpo di scena è quello un po’ che già ci si aspetta, ma forse l’unico che rimane coerente con il proprio personaggio è proprio l’imprenditore, che alla fine non cerca vie d’uscita per salvare il figlio dal prendersi le sue responsabilità e fa scelte mirate a quello che un imprenditore alla fine fa nella vita, cioè accrescere i propri capitali. Ecco perché non si capisce la frase finale della Bruni Tedeschi. Il problema non è la ricchezza in quanto tale ma come si è formata questa ricchezza. E questo è spiegato male, rimane questo buco che non fa mai partire il film del tutto. Che anche i ricchi piangono lo sapevamo già, che i soldi non fanno la felicità pure. Che tutto questo porti un paese alla rovina non è così consequenziale, anche perché c’è il rischio di proiettare sullo schermo le proprie preconfezionate idee sulla ricchezza vs. ceto medio. Questo non vuol dire che io giustifichi le scellerate imprese compiute da una classe dirigente che in ogni settore ne ha combinate di ogni, ma se il film voleva dimostrare questo, se voleva dimostrare quanto poco valore ha un vita umana di fronte al “vil denaro” non c’è riuscito. E ripeto è un peccato perché invece di spunti di riflessione ce ne sarebbero eccome!
Peccato perché Virzi sa raccontare bene le storie che si ispirano alla quotidianità, come quella commovente e piena di vita di “La prima cosa bella” . Forse è questo che lui dovrebbe fare, raccontare storie di vita vissuta, storia in apparenza minime ma che rimandano all’universale, senza addentrarsi in thriller psicologici o argomenti che richiedono un taglio alla Scorsese. Io continuerò ad amare personaggi come Ovosodo, Tanino e gente straordinariamente comune con cui è riuscito davvero a raccontare questo paese e il suo reale capitale umano.
Vi lascio con la scena migliore del film secondo me, dove si riconosce il vero Virzì. La scena vede una fantastica Valeria Bruni Tedeschi alle prese con la sua ragione di vita del momento, quella che ha trovato per riempire le sue “giornate complicatissime” tra un arredatore e un massaggio, cioè il restauro e l’apertura di un teatro a rischio disfacimento. Qui la vediamo con il consiglio di amministrazione composto da personaggi meravigliosi tra cui la giornalista femminista eternamente incazzata che esordisce con “Ancora con Pirandello? E Basta!”, il professore sfigato di teatro che cerca di scrivere da sempre la commedia della vita (un simpaticissimo Luigi Lo Cascio che ritrova il suo accento da intellettuale panormita che rende il personaggio ancora più comico), l’assessore leghista che vorrebbe un teatro per la gente che la sera è stanca e non ha voglia di cose che non si capiscono e vuole il coro delle voci padane (per questo i leghisti si sono incazzati, perché Virzi ne fa una figura ridicola, mica perché è ambientato in Brianza! Poteva essere ambientato in Scandinavia o al polo nord era lo stesso! I leghisti questo sono! 😀 ), e varie figure messe lì solo per fare numero. Il personaggio della Bruni Tedeschi non ha la minima idea di nulla e da ragione a tutti!

Il lato positivo …. e non è così semplice come sembra!

In questi giorni nei cinema è arrivato “American Hustle” del regista David O. Russell. Tutti ne parlano un gran bene e a vedere i trailer sembra interessante. Così ho deciso di vedere il precedente film dello stesso regista, uscito nel 2012, dal titolo “Silver Linings Plybook” (in Italiano  “Il lato positivo”), con due degli attori che recitano anche in American Hustle, Jennifer Lawrence e Bradley Cooper.
Ho deciso di vederlo in lingua originale, perché da un po’ di tempo sto rispolverando il mio inglese arrugginito e trovo che guardare i film con i sottotitoli in italiano mi fa bene (lo faccio anche per i film che guardo con mia figlia, meglio iniziare il prima possibile!). Certo, non è semplicissimo seguire la trama, ma il fatto di sentire le voci degli attori cambia tutto, le espressioni sono diverse, i suoni, le intonazioni danno alle azioni una connotazione che il doppiatore italiano, per quanto bravo, non potrà mai dare! E poi ti accorgi se l’attore è un cane salvato dal doppiatore italiano o se invece è l’esatto contrario!
Dico subito che a me è piaciuto molto e non amando svelare la storia dei film, quello che posso dire è che si tratta di un film su come nella vita ci sia un filo che lega pazzia, malattia, momenti critici, caratteraccio, scelte infelici, e che spesso è  davvero sottilissimo. I due personaggi principali alla fine riescono a trovare un equilibrio ma è un lavoro impegnativo e spesso non facile se non addirittura brutto da affrontare.
Mi è piaciuta molto Jennifer Lawrence, che ha vinto l’Oscar come migliore attrice per questo film. Non la conoscevo se non per un’intervista molto divertente da Letterman, in cui raccontava di quanto è stata male per problemi probabilmente gastrici e che i medici alla fine non avendole riscontrato nulla le hanno detto che era tutto nella sua testa! Mi ha fatto molta simpatia sapendo perfettamente di cosa stesse parlando!
Il protagonista maschile è Bradley Cooper, un ragazzone che avevo conosciuto tramite un altro film abbastanza dimenticabile, “Una Notte da Leoni”, film per vecchi adolescenti (ne farò un post prima o poi!). Invece qui mi ha sorpreso perché nonostante il personaggio sia abbastanza complesso riesce a portarlo sino in fondo con molta leggerezza ma anche con molta forza e alla fine ti scordi del ragazzone belloccio e vedi la forza del personaggio.
Questa leggerezza pervade tutto il film, grazie anche ai personaggi comprimari come il padre del protagonista, interpretato da Robert De Niro, un personaggio sempre in bilico tra la sua ossessione per le scommesse che lo porta ad essere superstizioso sino al limite della paranoia e la sincera voglia di aiutare il figlio. De Niro ormai ha dato tutto quello che poteva al cinema, ma è sempre un bel vedere, specialmente in lingua originale e credetemi se vi dico che rende trenta volte di più, nonostante abbia sempre avuti doppiatori bravissimi.
Una cosa che mi è piaciuta molto è l’uso della musica. La colonna sonora è di Danny Elfman (sì, proprio lui, quello che collabora sempre con Tim Burton). Oltre alle musiche del tema, nella colonna sonora troviamo di tutto, dai Led Zeppelin a Frank Sinatra, dai White Stripes a Steve Wonder, il tutto usato senza ruffianerie nei momenti giusti. A volte l’assenza di musica in momenti topici sottolinea ancora di più l’importanza delle parole senza banalizzare la scena.
Insomma il film vale la pena di essere visto, perché è una bella storia, girata bene, senza grosse novità, (la camera a volte è usata in stile documentaristico, a volte invece il regista gira dei lunghissimi piani sequenza che avvolgono l’attore o fanno vedere tutta la scena in un unico tempo), gli attori sono bravi (non so se la Lowrence fosse da Oscar, bisognerebbe capire chi c’era in nomination, comunque è brava). L’unica pecca è che, se per tutto il film i due protagonisti cercano l’un l’altro di sostenersi nel loro progetto di ritrovare il lato positivo, tralasciando la parte sentimentale che sarebbe stata anche banale, alla fine si conclude con un lui che rincorre lei e la bacia in mezzo alla strada come canonicamente vuole una commedia romantica. Però quasto avviene sulla stessa strada fulcro del loro percorso e del film, dove hanno affrontato loro stessi e le loro ferite e dove hanno riprogettato il lavoro necessario per venirne fuori. Alla fine un bacio su quella strada si può concedere loro, se lo meritavano!

Grandi Speranze purtroppo deluse!

Devo dire che ero un po’ combattuta nel decidere in quale categoria mettere questo post, se nella categoria “se hai due ore libere e non hai altro da fare” o in quella “Film da perdere” . Alla fine ho optato decisamente per la seconda. Ho voluto vedere questo film sia perché Dickens ha sempre il suo fascino, sia perché tra gli interpreti c’era una delle mia attrici preferite, Helena Bonham Carter. Scopro tra l’altro che uno dei protagonisti era interpretato da Ralph Fiennes, altro attore che mi piace abbastanza. Così mi predispongo con “grandi speranze” anche io.

Inizia il film con una ambientazione molto english, con il cimitero, l’orfano picchiato dalla sorella come un tamburo, il fuggitivo con le catene ridotto ad un relitto umano e tutto il corollario compreso le  “bianche scogliere di Dover”. Vabbè andiamo avanti vediamo dove va a parare mi dico. Arriva lei, la Bonham Carter nella parte di Miss Havisham, un personaggio perfetto per un’attrice come lei, strepitosa nelle parti da psicopatica! Il problema è che il film di Dickensiano conserva solo le ambientazioni, soprattutto per quanto riguarda la Londra disgustosa, sporca, promiscua, grigia e maleodorante. Per il resto man man che la storia va avanti diventa un melenso polpettone sentimentale, evitando di indagare sull’aspetto che a Dickens premeva mettere in risalto nei suoi romanzi, cioè le disuguaglianze sociali, l’ingiustizia istituzionale, forte con i poveri e dalla pena di morte facile. Fra l’altro questo racconto ha molti risvolti psicologici interessanti e molti colpi di scena, ma alla fine del film il regista (che poi ho scoperto chi era e ho capito tante cose!), dopo essersi dilungato sullo struggimento amoroso, corre, si affretta a raccontare tutti i colpi di scena uno dietro l’altro quasi a dover “quagliare” il film per chiuderlo in qualche modo.
E chi è il regista? Mike Newell, regista di “Quattro matrimoni e un funerale”, “MonaLisa Smile” e  “Harry Potter e il calice di fuoco”. In pratica aveva Bellatrix e Voldemort per le mani e ha pensato “Vediamo se ci posso fare qualcos’altro”. Mi attirerò sicuramente le ire di mezzo mondo, ma io non apprezzo molto la saga di Harry Potter, che ho visto tutta (TUTTI E 7 COMPRESO L’ULTIMO FATTO DA DUE FILM DI DUE ORE E MEZZO L’UNO!). Va bene che è interpretato da alcuni dei miei attori preferiti, come Emma Thompson per dire, ma ci sono aspetti che  mi hanno lasciato un po’ perplessa. Ma di questo magari ne parlerò in un altro post.
Il taglio melò del regista, però, si vede e tanto! Troppo per il povero Dickens che tutto era tranne che melenso! Ma tant’è!
Comunque alla fine due cose mi hanno colpito in questo film: La Bonham Carter muore bruciata per l’ennesima volta, ma almeno stavolta non su mandato del compagno Tim Burton e per mano del suo migliore amico Johnny Depp. (Questa cosa andrebbe indagata!)
La seconda, l’ultima inquadratura: i due innamorati si ritrovano dopo mille peripezie, finalmente sembra che le grandi speranze auspicate dal film si avverino e la scena sfuma sulle due mani che si stringono. Banale, vecchia inquadratura, senza speranza!

Frozen: come fare un pacco di soldi riciclando idee

Come ho già detto nel presentare questo blog, non sempre riesco ad andare al cinema e le volte che ci riesco è solo perché avendo una figlia, da brava mamma, la porto a vedere i film d’animazione. Ora, avendo due genitori che non si accontentano facilmente, anche lei nonostante i suoi 8 anni ha i suoi gusti. Le principesse ormai le schifiamo da un bel po’ (grazie la cielo!) e quindi ad ogni nuovo film siamo arrivati a valutare ogni aspetto  (Si abbiamo contagiato anche lei! Per dire è una fan di Tim Burton! Grazie a mammina! :-D).
Questo per dire il quadro nel quale si svolge la nostra giornata al cinema. Da premettere che ormai i cinema si reggono sulle pubblicità infinite (dalle 10:45 alle 11,30 !) e con la vendita di popcorn, patatine e bibite in confezioni extra. Molto “ammericana” come cosa! Che poi io sta cosa di mangiare al cinema non l’ho mai capita. Se io guardo il film sono concentrata su di esso e sto fatto di dover sentire il masticamento continuo mi sembra una cosa senza senso! Ma io so strana!
Insomma veniamo al film. Sicuramente il livello tecnico è alto anche se non ho visto cose eccezionali. Poi io preferisco i lavori Pixar, secondo me le storie sono molto più originali e sono realizzate meglio.
La storia è ispirata alla favola di Andersen “La regina delle nevi” , ma è molto “liberamente ispirata”. Ma questo ci sta, il problema è che rivediamo le stesse dinamiche che già abbiamo visto in Rapunzel, cioè il piacione, la ragazza caruccia, con un peso enorme nel suo cuore, ma sempre allegra e scattante che salta ovunque come in preda ad una infestazione da ossiuri (vermi), il viaggio intrapreso con l’altro piacione un po’ zotico ma tanto caruccio e buono, mentre il piacione cattivo fa finta di essere buono e solo alla fine si palesa come cattivo, ma sin dai titoli di testa si capisce che è un fetentone. E soprattutto l’altra sorella, la regina delle nevi, che quando decide di isolarsi nel palazzone di cristallo si trasforma in una gnocca di dimensioni artistiche, con tanto di vestito bellissimo, per carità, spacco da red carpet, un misto tra Gwyneth Paltrow e Nicol Kidman prima di farsi sfigurare con il botox.

Insomma nulla di particolarmente nuovo o di esaltante. Le canzoni sono abbastanza dimenticabili e a metà un po’ di noia stava per sopraggiungere, proprio quando è arrivato l’intervallo che ha fatto durare ancora di più questa interminabile seduta cinematografica. Nel secondo tempo un po’ di azione in più ci ha fatto arrivare sani e salvi alla fine. Nel complesso un film carino se hai due ore da impegnare che proprio non hai altro da fare (esiste una categoria ad hoc in questo blog e questo film ne potrebbe far parte). Ma è dai tempi di Ribelle che non si vede nulla di nuovo, anche se ha vinto un Oscar ma lì la discussione verte su come li danno a volte gli Oscar visto che in gara c’era anche Frankenweenie, film sempre della Disney ma di gran lunga superiore sia a livello tecnico, essendo realizzato con lo stop motion, sia come storia. Ma mi ripropongo di dedicargli un intero post come è giusto che sia per ogni film di Tim Burton.
Anche Frozen ha vinto il Golden Globe! Certo, era in nomination con i Croods (molto carino e divertente ma non certo un capolavoro) e Cattivissimo me 2 (anche qui, non è che stiamo parlando di un film memorabile). Piace vincere facile!
Dimenticavo: giudizio di mia figlia “Carino ma non è uno dei film che mi piacerebbe rivedere” . Buon sangue non mente! ;-D

E si inizia bene!

Come primo post non potevo non iniziare con la notizia del Golden Globe come migliore film straniero dato a “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino! Una bella notizia per un cinema italiano che da troppo tempo non è più all’altezza di osare e di sfornare cose decenti! Purtroppo ultimamente abbiamo assistito a uno stillicidio di filmetti e commediole di facile comprendonio, che volendo “diversificarsi” dai cinepanottoni, non riescono ad avere sceneggiature che reggano almeno per il primo quarto d’ora di film!
Invece Sorrentino ha sempre avuto uno spirito molto diverso nei suoi film e questo premio è la prova che in Italia esistono registi bravi e attori bravi e che se usciamo dallo schema dello spettatore che deve capire tutto, se si esce dallo schema “La casalinga di Treviso, il Pastore Lucano, il Bracciante Lucano” di morettiana memoria, forse qualcosa di buono ne viene fuori!
Concordo con chi dice che forse non è il film migliore che Sorrentino abbia fatto. Io ad esempio preferisco  “This must be the place” , con la  maschera grottesca di un meraviglioso Sean Penn che racconta in forma di road movie un percorso umano verso la propria identità che mi ha molto colpito. E poi vuoi mettere la canzone mitica dei Talking Heads?
Ma “La Grande Bellezza”, attraverso quell’attore immenso che è Toni Servillo, ha il pregio di raccontare non solo l’Italia, che rimane uno sfondo, ma un mondo che piano piano si sgretola, con le sue paranoie, la sua banale ripetitività, le sue miserie, la sua incapacità di cambiare perché ormai si è assuefatti al brutto, al grottesco, ci si riconosce nella maschera che ci si è costruiti e nelle menzogne in cui si sguazza piuttosto che andare a dormire e svegliarsi alla luce del sole con la propria faccia. Ed è per questo che la notte diventa lunga, diventa rifugio e copre ogni schifezza, le luci, le paillettes, i famosi “nani e ballerine”, il sesso consumato più per routine che per vero piacere o trasgressione, diventa una coperta di Linus quasi, per chi ormai ha la maschera tatuata sul viso da chili di silicone e lifting, pronti a fare la fila dal famoso chirurgo delle dive, come in un pellegrinaggio a Lourdes, per tentare di non affrontare la propria faccia, con i segni del proprio vissuto.

Questo film è stato accusato di fare “il verso” a “La Dolce Vita” di Fellini o di essere troppo manieristico dal punto di vista stilistico. E’ vero, alcune immagini del film ricordano Fellini, ma credo siano un dovuto omaggio del regista a chi prima di lui ha affrontato gli stessi temi usando Roma come sfondo. Io credo siano volute e credo si possano definire “citazioni” anche perché Sorrentino ha la capacità di attualizzare i contenuti felliniani, anche visivi, alla società odierna ancora più grottesca se possibile di quella raccontata da Fellini.
Per quanto riguarda il “manierismo” sono parzialmente d’accordo, nel senso che è vero che c’è una ricerca maniacale dell’inquadratura, delle luci, un montaggio preciso, lunghe sequenze, ma questo è Sorrentino. I suoi film sono lenti, non c’è la ricerca della situazione che si risolve in una battuta o il colpo di scena, ma c’è un racconto per immagini che porta chi guarda pian piano dentro la storia e gli fa conoscere più a fondo i personaggi, facendolo quasi camminare un passo dietro loro, facendolo quasi partecipare alla narrazione.
Infine gli attori: Toni Servillo, quasi attore feticcio per Sorrentino, è immenso! Un attore perfetto capace con un primo piano di raccontarti un mondo, solo con uno sguardo, un sogghigno. Un attore di livello che forse è stato scoperto troppo tardi dal cinema, lui che viene da una lunga carriera teatrale, ma avercene! E la scelta dei personaggi comprimari esaltano le sue doti e capacità. C’è anche un Carlo Verdone che fa uno dei tanti personaggi che alla fine sembrano caricature di un sogno mai nato perché mai veramente coltivato o forse perché rincorso senza averne le doti e le capacità. Però è l’unico che alla fine prende atto della sconfitta e forse fa pace con se stesso.
Insomma questo film merita fosse solo perché finalmente un regista italiano prova a fare cinema di qualità, cosa che all’estero sanno, visto che non c’è attore o regista straniero che non citi Fellini, De Sica, Rossellini, Leone e così via. Una volta il nostro cinema era ispirazione per chi, ovunque, volesse fare questo mestiere. Non so se Sorrentino riuscirà ad esserlo per le generazioni future ma sicuramente è sulla buona strada.
Questo è uno dei pezzi del film che preferisco. Credo che racconti benissimo la decadenza di un paese e di chi si crede salvatore della patria da salotto (o da tastiera).
http://www.youtube.com/watch?v=1eni_owsw_M

AGGIORNAMENTO

E’ arrivata la notizia che “la Grande Bellezza” è in lizza per gli Oscar come migliore film straniero. Bene! Non so come siano gli altri film, magari sono bellissimi e magari qualcuno di essi si meriterà l’Oscar, ma il film di Sorrentino parte già bene visto il Golden Globe che ha vinto. Quindi incrociamo le dita e speriamo bene. Nel frattempo si sono scatenate le critiche incrociate tra le varie fazioni, quelli del “E’ stupendissimissimo e basta” e quelli del “Fa più schifo del più schifoso in assoluto”. In questo paese di pareri sempre così “equilibrati”, io mi pongo con l’atteggiamento che ho sempre avuto. Quello di pensare con la mia testa. Quindi come ho già detto questo film a me è piaciuto molto, ma non credo sia il migliore di Sorrentino e questo, come ho già spiegato è un mio parere personale. Se vince sono contenta perché è un film di qualità alta. Le critiche ci stanno, anche quelle ferocissime! Fellini fu sommerso di critiche ferocissime e solo DOPO divenne FELLINI. I detrattori mi diranno “ma come ti permetti di paragonare Sorrentino al grande maestro?”. Magari gli stessi se fossero nati ai tempi di Fellini o Germi li avrebbero sommersi di immondizia. Perché in questo paese sembra non si riesca  a fare una critica anche negativa senza usare immondizia. Siamo tutti registi, produttori, sceneggiatori come siamo tutti calciatori, giudici, politici, medici, etc…. Io sono solo una a cui piace guardare film. E non mi accontento facilmente. Solo che a volte fare il bastian contrario diventa un modo di essere per distinguersi dalla massa. Che a volte è doveroso, soprattutto in un paese dove si tende a far breccia sulla pancia della massa, ma farlo a prescindere forse si rischia di parlare come la famosa pancia di cui sopra. E allora riguardatevi il pezzo che ho messo in questo post, preso dal film, dove c’è la giornalista, intellettuale che ha sempre perorato la causa del “partito”, che parla come se fosse l’unica portatrice di verità assoluta e l’unica ad aver fatto qualcosa in questo paese ritendendosi unico esempio da seguire! Guardate la realtà come viene svelata! Ad alcuni farà schifo il film…. forse perché sono un po’ come lei!
Uh dimenticavo! A proposito del “Vaffa” detto da Toni Servillo alla giornalista che gli faceva domande sulle critiche: ok non sarà stato un signore ma farne un caso nazionale mi sembra eccessivo! E poi ormai ci siamo scordati chi era Gassman o Monicelli  così per fare due nomi di grandissimi! E allora a rainews ARIDATECE A TANGHERLINI! http://www.youtube.com/watch?v=ITDItsYxZCw

AGGIORNAMENTO (2)

Sono contenta di riaggiornare questo post con la notizia della vittoria de “La Grande bellezza” agli Oscar come migliore film straniero. Dopo il Golden Globe e Il BAFTA, l’Oscar chiude il cerchio di riconoscimenti ad un film che merita di essere visto all’estero anche  solo per far percepire ai non italiani che in questo paese non siamo tutti uguali e che c’è gente che capisce e sa descrivere la profonda crisi del proprio paese con dolore, bellezza, amore e anche rabbia, usando un linguaggio che esce dai localismi beceri e diventa universale! Poi ci saranno i soliti detrattori che diranno che è il film più brutto della storia del mondo, ma ormai ho capito una cosa: quello che sappiamo fare benissimo come italiani è distruggere anche il bello che sappiamo creare. Questa è la nostra condanna! Non sappiamo guardarci che con i nostri occhi piccoli e abituati al brutto e quando succede qualcosa di bello ormai non lo riconosciamo più! Che pena!

Sorrentino ha ricordato quattro persone che lo hanno ispirato, Fellini, Scorsese, Maradona e i Talking Heads e siccome ho adorato “This must be the place” vi propongo il video della canzone proprio dal film di Sorrentino.