Happy Birthday Tim Burton!

E’ uno dei miei registi preferiti. E’ geniale. E oggi compie 56 anni. E ci sono un sacco di ragioni per cui mi piace molto.

Perché è uno che è fuori da ogni possibile collocazione.

Perché è uno che se ne frega di piacere a tutti i costi al proprio pubblico, tanto da attirarsi le critiche di chi, ogni volta che esce un film, dice che è “poco burtoniano”!!  La libertà di un artista sta anche nel raccontare ciò che sente, indipendentemente da cosa si aspetta il pubblico o, ancora peggio, i produttori o le case cinematografiche.

Perché ha raccontato la pazzia dal punto di vista del pazzo e non di chi lo giudica tale perché “Ciò che per qualcuno è pazzia, per altri è realtà”.

Perché solo lui poteva stare con Helena Bonham Carter, attrice perfetta per i ruoli burtoniani, pazza abbastanza da accettare di essere trasfigurata e trasformata e che viene sistematicamente uccisa dal migliore amico di Burton, Johnny Depp. (Se non è geniale questo!)

Perché ha chiamato Johnny Depp per interpretare alcuni dei suoi personaggi migliori, quasi che i due fossero sincronizzati nello stesso strampalato ma meraviglioso modo di vedere le cose.

Perché riesce a far poesia con un bambino con i chiodi infilzati negli occhi, con una sposa cadavere che ha un verme al posto del cervello, con scheletri, cani morti riportati in vita e tutto il corollario di ciò che è classificato come “horror” solo per chi non va oltre le sue paure.

Perché ha macinato tantissimo cinema, visto di tutto, amato i film cosidetti “B-movie”, i film di Mario Bava e Federico Fellini, ha studiato i maestri dei primi effetti speciali come Ray Harryhausen creatore della tecnica di animazione definita stop motion.

Perché anche nei film meno riusciti riesce sempre a creare qualcosa di unico, come in Alice in Wonderland, film molto criticato per il troppo uso del green screen e di effetti visivi digitali. E’ stato criticato il cappellaio matto ritenuto “troppo matto” e assurdo. Il succo è racchiuso tutto in questa frase tratta dal film “Alice, non si vive per accontentare gli altri. La scelta deve essere solo tua. Perché quando andrai ad affrontare quella creatura, ci dovrai andare da sola.”.

Perché solo uno che non ama i musical è riuscito a fare un capolavoro di musical con Sweeney Todd. So che molti non sono d’accordo perché lo ritengono poco burtoniano come film. Io rispondo “chissenfrega”. Io ci vedo tutta la poetica di Burton in ogni singola sequenza. Problemi vostri se non la vedete.

Perché mi fa ridere con spiritelli porcelli disgustosi, vampiri assetati di sangue, cattivi grotteschi, personaggi improbabili.

Ci sarebbero un sacco di altri perché ma rischierei di non finire più questo post. Ne aggiungo solo uno, quello che più di tutti mi fa amare questo artista. Perché solo uno come Tim Burton poteva raccontare il suo amore per il cinema attraverso un personaggio come Ed Wood , regista di film di serie Z, dal talento inesistente, ma dal profondo e sincero amore per il cinema e il raccontare storie. Ancora un personaggio borderline, un fallito, un uomo senza qualità. Uno dei film migliori di Burton e per questo poco conosciuto. E in questa scena che vi propongo, c’è tutto l’amore di Burton per il cinema e per il lavoro di regista. La scena vede Ed Wood che incontra Orson Welles, di cui è fan. L’incontro in realtà non è mai avvenuto, ma Burton usa questo espediente, per dire una cosa importante, attraverso le parole di Orson Welles, che alla fine del dialogo improbabile dice :” L’immaginazione è quello per cui lottiamo. Perché spendere la propria vita per realizzare il sogno di qualcun altro?” .

Buon Compleanno Tim Burton!

 

 

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Robin Williams e il Cavaliere Rosso

Ho aspettato per scrivere un pezzo sulla morte di Robin Williams, per pudore di affrontare qualcosa di profondamente intimo della vita di un uomo. Provo sempre un certo disagio nel confrontarmi con il dolore altrui, quasi avessi paura di calpestarlo. Poi se chi muore era un attore famoso, bravo, geniale si sprecano parole su parole che banalizzano spesso gli eventi. Così ho lasciato sedimentare la notizia e ho preferito far raffreddare la cosa, per affrontarla cercando di non cadere nella retorica che si scatena dopo queste notizie.

Quando penso a Robin Williams, la prima cosa che mi viene in mente è un suo film che io amo molto perché lo considero uno dei film della mia vita. Si tratta di The Fisher King (La leggenda del Re pescatore), del1991 di Terry Gilliam (regista che io adoro!), con Jeff Bridges (adoro anche lui!). Tralascio di raccontarvi la trama, ma vi invito a guardarlo perché oltre ad essere una delle cose migliori che Gilliam ha prodotto insieme a Brazil, è uno dei film in cui Robin Williams da il meglio di sé in fatto di pazzia, umanità, tenerezza, coraggio, redenzione e sofferenza.

C’è una scena in questo film che credo racconti benissimo quale abisso ha attraversato Robin Williams nella sua esistenza, quante lotte ha affrontato e quante volte ha dovuto soccombere sino al giorno della sua morte. La scena è quella dell’inseguimento del Cavaliere Rosso che Perry, il personaggio interpretato da Williams, vede ogni volta che le sue angosce e paure si presentano. E’ il suo demone che lo perseguita, gli ricorda il suo dolore più grande, non gli da tregua, lo bracca, lui scappa, corre e si legge tutta la paura, il terrore nei suoi occhi! Ma è la fine di quella scena che fa riflette su cosa voglia dire avere un demone alle calcagna. Alla fine Perry viene accoltellato da un teppista che come unico scopo ha quello di picchiare i barboni (Perry è una sorta di barbone, di ultimo tra gli ultimi.) e sul viso si apre una smorfia di sorriso nel ringraziare finalmente della fine di quel dolore troppo grande, perfino più grande di essere accoltellato, preso a calci e pugni e ridotto in fin di vita!

Basta guardare la sequenza (la trovate qui) per capire quanto Robin Williams sapesse di cosa stava parlando. Lo sguardo terrorizzato, la corsa folle, le urla strazianti. E quel “Grazie!” finale che mi ha sempre fatto rimanere di sasso! Meglio una coltellata di tutto questo dolore!

Robin Williams era un grandissimo attore ricordato da tutti perché faceva ridere e pensare. Io lo ricordo sempre iperattivo, logorroico con uno sguardo pieno di cose da dire, ma che erano sempre meno di quelle che realmente riusciva a far venir fuori, anche se magari stava facendo di tutto per strapparti una risata. I suoi film hanno sempre raccontato in qualche modo ciò che comunque lo faceva soffrire e ciò che lo faceva sentire bene. Come ad esempio il dolore nel dover vedere poco i figli dopo un divorzio, come in Mrs. Doubtfire. La cosa bella di Robin Williams è che ha sempre raccontato con molta sincerità queste cose e questo faceva di lui non un divo ma un uomo. Il suo cervello probabilmente andava troppo veloce, tanto da non permettere un minuto di quiete. Si dice che questo accade alle persone troppo geniali o troppo sensibili. Non lo so, io penso che ognuno di noi abbia i suoi demoni, che si abbia più o meno fortuna nel saperli affrontare, ma a volte il tuo cervello è troppo oltre e tu perdi il controllo di te stesso al punto tale da desiderare che questo dolore, che ti impedisce di gestire la sua vita, abbia fine. C’è quella voce che continua e continua e non sta mai zitta, che è lì che ti spinge a saltare nel buio, allora ci provi con l’alcol, i farmaci, droga, qualsiasi cosa che possa farla star zitta anche solo un minuto. Ma tanto lei torna e riesce ad avere il sopravvento. Per questo provo profondo rispetto per il suo gesto, che può essere condiviso o meno, ma che merita il silenzio e forse una riflessione sulla propria esistenza. Molti si sono chiesti come faceva un uomo di successo, a cui non mancava nulla, ad essere depresso e a suicidarsi. Pensiero banale per pensiero banale, si risponde a questi che il successo non è garanzia di nulla in questa vita! Dovrebbe essere lapalissiano, ma evidentemente ancora si pensa alla depressione come un male di gente ricca e annoiata. Fatevi un giro presso polizia, 118, pronto soccorsi e vedrete quanta gente comune ha fatto le stesse scelte di Robin Williams.

Altri si chiedono se non fosse stato lasciato solo, se i suoi parenti, moglie, figli non si fossero accorti di nulla. In realtà Robin Williams era attorniato da molto affetto, ma quando il demone dentro di te ti assale non riesci neanche a percepire l’affetto che ti circonda, ti isola, perché da solo è più facile farti saltare nel buio. Il cervello macina, rumina, ingigantisce, il dolore aumenta e nessuno sembra in grado di aiutarti perché il demone vuole così. E così riesci ad essere bravissimo nel nascondere questo dolore a tutti! David Letterman nel ricordare la sua amicizia di ben 38 anni con Robin Williams, si rammarica di non aver capito quanto soffrisse! (Potete vedere un suo splendido ricordo qui).

Una cosa che mi lascia l’amaro in bocca è la morbosità attorno un evento del genere, di persone che spinte da proprie mancanze cerebrali, dalla mediocrità della propria esistenza, pensa di avere i propri cinque minuti di celebrità insultando i figli tramite la facile via dei social. Gente povera, gente che forse ha talmente poco in quel cervello che non gira affatto e non riesce a produrre nulla di buono nella vita. Altra cosa brutta sono le pubblicazioni dei report della polizia e del medico legale su come, cosa, dove in che modo è stato trovato il corpo. Non so, mi sembra solo inutile pornografia macabra che sfrutta il dolore.

Di questi giorni è la notizia data dalla moglie che a Robin Williams erano stati diagnosticati i primi sintomi del Parkinson. Ancora una sfida troppo grande e stavolta il Cavaliere Rosso ha vinto. Io ho adorato quest’uomo che molti definiscono clown, termine riduttivo e semplicistico per definire un artista completo, immenso, vero, che probabilmente ancora poteva dare molto nella maturità. Per fortuna ha lasciato tanto di quella sua umanità fragile e meravigliosa con la quale ha creato momenti di poesia pura! Scommetto che c’è gente che darebbe un occhio per essere guardati, almeno una volta nella vita, con lo stesso sguardo che ha Robin Williams/Perry in questa scena, mentre ammira la sua amata che avanza tra la folla, Lydia, considerata da tutti compreso lei stessa, insignificante, come la cosa più bella del mondo:

Ma a me piace ricordare anche il suo lato pungente, scorretto con un piccolo filmato tratto dalla notte degli oscar del 2000, dove presenta una delle canzoni candidate per il film scorrettissimo “South Park”. Godetevi questo pezzo che per quanto piccolo è solo l’assaggio (in rete potrete trovare pezzi molto belli, incisivi e corrosivi!) di un grandioso talento che per fortuna possiamo ancora ammirare attraverso ciò che ha fatto!

Aggiornamento:
Ho appena visto queste stupende foto dal set di The Fisher King pubblicate da Jeff Bridges sul suo sito. Sono foto bellissime, commentate dallo stesso Bridges che raccontano il clima sul set e un Robin Williams che non si è mai risparmiato neanche quando le riprese diventano davvero pesanti! Potete trovarle qui .

Maleficent: aridateme i soldi del biglietto!!!!

Se mi dite che questo film è stato pensato apposta per far fare ad Angelina Jolie la bella statuina e promuovere la nuova linea di make up in stile Maleficent, allora, forse, posso accettarlo come una bella pubblicità di rossetti e ombretti “malefici”. Se invece me lo spacciate per un vero film non ci siamo. E non perché la storia della bella addormentata sia rivisitata. A me neanche mi entusiasmava più di tanto l’originale, visto che le  principesse belle bionde e occhi azzurri, tutte brave e buone sinceramente non mi hanno mai impazzire. La rivisitazione ci può stare, ma per farla la devi sapere scrivere. E quando decidi di riscriverla devi capire che un personaggio che si chiama Malefica non può essere proprio una personcina tutta fatina svolazzante del bosco con le corna, due ali inquietanti ma tanto in armonia con la natura! Se c’è una cosa che la Disney sapeva fare bene, anche negli anni delle principessine zuccherose, era contrapporre un villain con i controfiocchi! E la Maleficent del cartone era bellissima, con quel suo disegno stilizzato imponente e sontuoso, espressione del male puro che alla fine si autodistrugge nella sua stessa furia malefica! Ho capito che in questo film volevate raccontare che in ogni essere umano e c’è il bene e il male e che sta ad ognuno la scelta. Ma lo devi saper raccontare e a meno che non sei Tim Burton che ha il pallino di raccontare cosa c’è dietro ogni azione violenta e malvagia, ti viene fuori una scopiazzatura melensa e poco credibile. A quanto pare era stato proposto a Burton di fare la regia, ma si sa che ormai con la Disney lui si trova nella posizione di mandarceli, se poco poco vede che il progetto non vale una cicca. E se questa è stata la dinamica, ha avuto ragione da vendere. Il perché è presto detto. La Maleficent del film è dipinta come una che in fondo era buona poi a causa di un tradimento diventa cattiva e vendicativa (e fin qui magari ci può stare, anche se ripeto, una che si chiama Maleficent qualche problemino dovrebbe avercelo… comunque). Dopodiché la favola prende una piega in stile film americano dove il cattivo incontra un bimbo e diventa buono e riscopre pure il lato materno (e si sa che con la Jolie caschi bene visto quanta maternità gira attorno a lei e al marito!). Insomma alla fine è lei che diventa buona che combatte contro i buoni che diventano cattivi e vissero tutti felici e contenti. Il principe fa la figura del fesso (vabbè questo può anche andare visto che di principi azzurri ne abbiamo le tasche piene!), Aurora è sempre inutilmente entusiasta (va bene che ha ricevuto il dono di essere sempre felice però ti viene da augurarle di pungersi al più presto, solo per non vederla più così entusiasta sempre e comunque!) e Angelina Jolie è una statua, bellissima, ma una statua, con guizzi alla Lara Croft e mise alla Catwoman. Io ancora devo vedere un film dove la Jolie abbia un’espressione diversa dal broncio/sguardo che ammalia fisso. (Ok, ho visto solo due film con lei, uno questo qui, l’altro The Tourist, uno dei film più brutti nella storia del cinema, dove lei aveva più o meno le stesse espressioni però con meravigliosi abiti di Colleen Atwood!) D’altronde non è che mi vengano in mente opere memorabili, a parte le copertine da perfetta coppia con Brad Pitt e le sue innumerevoli gravidanze, o il suo matrimonio con Billy Bob Thorton sugellato da patti di sangue vari! Insomma un personaggione  figlia di Jon Voight ,che ha fatto più notizia per i suoi problemi psichici, per le sue scelte rispettabilissime riguardo la sua salute, che per la sua carriera di attrice.

Insomma, se alla fine lo scopo era quello di farci vedere che anche i peggiori cattivi possono essere buoni, gli è andata male. Il villain per antonomasia è colui che nella sua psicopatia vede la sua visione del mondo come unica possibile, gli altri intralciano il suo cammino e vanno eliminati e per questo sono disposti all’autodistruzione pur di vedere distrutto quello che loro individuano come nemico. Uno psicopatico non si lascia mica deviare dal suo progetto da una biondina che ride tutto il tempo!

Io Maleficent preferisco ricordarla così con la sua voce tremenda e profonda e la sua risata malefica appunto! E la sua elegante cattiveria quando racconta al principe la fine che farà prendendolo per i fondelli!

 

Happy Birthday Kathleen Turner

Oggi questa donna meravigliosa compie 60 anni! Un’attrice dalla voce sensuale e profonda, forte, bella come tutte quelle donne che se ne fregano degli stereotipi e cercano di essere solo se stesse. Mi è sempre piaciuta moltissimo soprattutto perché apprezzo le donne usano l’autoironia nel condurre la loro esistenza! Molti la ricordano in film come La guerra dei Roses, L’Onore dei Prizzi, Il gioiello del Nilo, o nel suo primo successo Brivido Caldo. Io amo ricordarla in uno dei suoi film forse meno conosciuti ma dove il suo mettersi in gioco si spinge sino ad interpretare una perfetta mamma americana psicopatica, con delle punte di humor nero meravigliose! Tutto questo grazie all’iperrealismo grottesco del regista John Waters che è un maestro nel dissacrare gli stereotipi dell’ american way of life. Insomma grande donna e attrice che ha subito una sosta a causa della sua salute (soffre di artrite reumatoide) ma che mi piace ricordare come una delle attrici più in gamba che si siano viste in giro! Happy Birthday Mrs Turner!
Ed ecco qui il trailer del film Serial Mom (in lingua originale così da apprezzare la sua meravigliosa voce!)

“Sotto una buona stella” per Verdone non ha funzionato!

Io adoro Carlo Verdone! L’ho adorato per la sua capacità di creare personaggi che hanno raccontato questo paese. L’ho adorato nei suoi racconti di incontri memorabili come quelli con Sergio Leone. L’ho adorato per aver dato risalto a maschere indimenticabili come Mario Brega. Mi fa impazzire quando racconta della sua famiglia, della sua casa dove si respirava cultura ad ogni centimetro. E continuerà sempre ad essere per me uno dei più grandi narratori degli ultimi 30 anni del ‘900. Ecco perché credo che adesso sia arrivato il momento per lui di fermarsi e magari trovare la maniera di comunicare tutto questo suo immenso e prezioso bagaglio ai giovani, magari insegnando. Purtroppo questo paese non valorizza la cultura e il nostro cinema boccheggia anche perché lo spazio è poco e le nuove generazioni, per imparare, fanno prima ad andar via che aspettare una qualche occasione che raramente si presenta. Carlo Verdone rientra in quella categoria di artisti che ha dato tutto ciò che doveva e poteva e che forse non vuole o non può appendere la cinepresa al chiodo perché si troverebbe a non contare una cippa in questo paese. Dal punto di vista economico si sa che non esistono garanzie per la vecchiaia se non una vecchia legge Bacchelli per artisti indigenti, che però prevede che venga assegnato un vitalizio a persone in gravi condizioni economiche da parte del capo del governo (mi viene in mente un grande attore come Salvo Randone che solo quasi vicino alla morte riuscì ad avere il vitalizio! Dovette lavorare sino alla vigilia della sua morte e lo dovevano portare a braccia sul palcoscenico perché non riusciva a camminare! Un attore immenso! Che pena!). Se invece sei un artista che potrebbe dare ancora tanto magari insegnando ad altri il tuo mestiere, ecco che le porte sono chiuse da improbabili giochi politici nascosti dietro il fatto che con la cultura non si mangia e ci sono altre priorità. E’ chiaro che Carlo Verdone non rientra tra gli artisti indigenti, ma sicuramente c’è in lui la preoccupazione della vecchiaia, dell’essere dimenticato, del voler ancora dare ma non trovare altra strada che inforcare ancora stancamente quella cinepresa e spremere quello che ancora ne rimane. Questa è la percezione che se ne ricava guardando questo suo ultimo film, Sotto una buona stella. Non riesco a trovare nulla in questo film da salvare e lo dico a malincuore. La sceneggiatura è debolissima, la fotografia sembra fatta dal Duccio del telefilm Boris, gli attori recitano al limite del credibile e la Cortellesi anche stavolta non ha trovato qualcuno che la dirigesse come si deve per far venir fuori il suo talento. Il personaggio di Verdone è stanco, si trascina per tutto il film, non ha neanche una lontana parvenza del Verdone che conosciamo. E io dico che ci sta tutta questa cosa, è normale, sta nella natura delle cose se ad un certo punto un artista ha esaurito le cose da dire! Il problema è che continuare questo stillicidio non rende omaggio alla grandezza dell’artista stesso. Perché seppure come regista Verdone è sempre stato abbastanza lineare senza grosse pretese, la sua grandezza è sempre stata quella di saper raccontare e delineare i personaggi in maniera precisa e studiata sin nei piccoli dettagli costruendoli sul suo corpo e sulle sue corde vocali, sui suoi tic e nevrosi. E’ chiaro che nella maturità di un signore di 60 anni tutto ciò diventa  malinconia che è stata ben raccontata nel personaggio che Verdone ha interpretato ne “La Grande Bellezza” . E forse è proprio in questo che adesso  potrebbe darsi e spendersi. Comunicare e dare un contributo ai nuovi, agli altri! Io fare carte false per andare a lezione da Verdone, se non altro per le esperienze fatte sul campo da Leone in poi. Questo paese ha lasciato Monicelli nella sua solitudine salvo criticarlo e giudicarlo nella sua scelta di porre fine alla sua vita, da uomo libero quale era. Che ci si può aspettare da un paese che ha affossato Cinecittà e la sua storia, dove i vari Risi, Monicelli, De Sica, Rossellini, Fellini, sono più studiati all’estero che in patria, dove se un film italiano vince l’Oscar si deve comunque criticare e andare contro perché fa schifo a prescindere. Un paese che non ha l’umiltà di capire che dal punto di vista culturale ormai sta morendo credendosi ancora in maniera presuntuosa l’Italia del Rinascimento! Invece è solo la provincia del fallimento artistico e culturale in cui i grandi arrancano e i nuovi vanno via. Questo paese ormai non è più “Sotto una buona stella”.

Vi lascio con un cameo di Carlo Verdone tratto dal film di Francesca Archibugi “Questioni di cuore” dove interpreta se stesso in visita ad un amico scenggiatore (interpretato da Antonio Albanese) che ha avuto un infarto. Questo pezzo è strepitoso perché in due minuti si racconta il Verdone ansioso, ipocondriaco che conosce a menadito tutti i farmaci per ogni tipo di malattia visto che nella sua ansia ha sviluppato una conoscenza dettagliata di malattia, diagnosi e cura! E ciò che dice in questo spezzone è corretto dal punto di vista medico! Strepitoso! Il Verdone che adoro!

Happy Birthday Johnny Depp and Michael j. Fox

Oggi è il compleanno di due dei miei attori preferiti e siccome non sono più tanto giovincelli, mi viene da pensare “Ammazza pure io però mica sono ‘na ragazzina!”. Sono due attori che ho seguito da sempre, mi sembra di esserci cresciuta assieme! Avevo 10 – 12 anni quando iniziai  a guardare Casa Keaton con Michael j. Fox e lo adoravo nonostante il suo personaggio fosse un repubblicano! Ma lo avevo già individuato come un meraviglioso concentrato di comicità, mi faceva ridere da morire! Mi piacevano le sue facce a volte stralunate e quando Italia 1 mandò la serie in inglese con i sottotitoli in italiano andai in delirio totale! Quindi quando uscì Ritorno al futuro non potei non adorare quel film (Trilogia al completo!) che visto adesso fa una enorme tenerezza ma allora fu dirompente come storia e come genialità nel pensare ad una macchina del tempo in una DeLorean con il flusso canalizzatore che andava a plutonio!(Eravamo in piena guerra fredda, erano gli anni 80, era un mondo che si stupiva ancora anche se io non sono una che mitizza gli anni 80 anzi! Ma questo è un altro discorso…). Quel ragazzo che saltava da uno spazio temporale all’altro, suonando metal negli anni ’50, indossando giacche autopulenti e automedallanti nel 2015 con una casa piena di megaschermi piatti e con le macchine volanti! beh c’era di che stupirsi agli occhi di una ragazzina quale ero io! E Michael j. Fox fa parte di quel mondo, è cresciuto con me e io con lui. Finchè un giorno agli inizi degli anni 90 arrivò una notizia sconvolgente: Michael j. Fox ha il Parkinson! Una malattia che io avevo sempre legato agli anziani e che invece scoprii colpire i trentenni più spesso di quanto si creda! Lì sembrò bloccarsi la sua carriera, sembrò finita, anche se continuò a lavorare facendo piccole cose come un cameo in Mars Attacks!  di Tim Burton dove, con grande spirito autoironico, muore incenerito dagli alieni e l’ultima cosa che rimane sana è una mano, proprio quella parte del corpo che per prima lo aveva tradito all’inizio della sua malattia! Un grande! E proprio perché è un grande, ha fatto della sua malattia un modo per far capire al mondo quanto la ricerca sulle cellule staminali sia fondamentale per curare moltissime malattie neurodegenerative come il Parkinson. Istituisce una fondazione che raccoglie soldi per la ricerca e ultimamente al Letterman show ha dichiarato che a lui non interessa tenere aperta questa fondazione per i soldi, ma gli interessa chiuderla il prima possibile perché significherebbe che a quel punto ha raggiunto lo scopo prefisso cioè trovare una cura. E intanto è tornato a lavorare in una sit-com dove interpreta se stesso e i problemi quotidiani di un malato di Parkinson con la sua solita autoironia!

Qui, dopo quasi 30 anni da Ritorno al futuro ritorna a suonare Johnny Be Good! Happy Birthday Michael!!

Johnny Depp ormai qui a casa mia è una specie di mito grazie a Jack Sparrow! La stanza di mia figlia è piena di pirati appesi al muro! Ma io mi ricordo quel ragazzino che faceva una specie di serie orrenda che si chiamava 21 Jumpstreet, dove interpretava un poliziotto di una squadra speciale antidroga formata da poliziotti giovani che si infiltrava nelle scuole e nel posti frequentati da ragazzi. Orrenda come possono essere orrende questi polizieschi americani che tagliano con l’accetta i buoni e i cattivi. Ma quel ragazzino lì (che poi aveva già 23 anni!) era un tipo che si faceva notare, aveva qualcosa! E infatti ha sempre scelto di interpretare personaggi e film particolari. Non saprei da quale cominciare! Mi vengono in mente le prime cose come Benny & Joon, Buon Compleanno Mr. Grape, Arizona Dream, e poi tutti i film con Tim Burton e tutti i film poco conosciuti, ma forse le cose migliori che ha fatto tipo Ed Wood, Dead Man di Jarmush, Blow, C’era una volta in messico  di Robert Rodríguez, Nemico Pubblico, e ne dimentico altri ma davvero dovrei scrivere tutta la filmografia che è davvero lunghissima! E questo è una cosa che lo contraddistingue, si butta in progetti a volte assurdi a volte orrendi (tipo the Tourist credo uno dei film più brutti della storia del cinema! Ne parlerò un giorno! ), a volte estremamente commerciali come Pirati dei Caraibi, che però ha il merito di essere un prodotto fatto benissimo grazie anche alla capacità che Johnny Depp ha dimostrato, di creare un personaggio completamente inventato e renderlo unico e irripetibile! E’ questa una delle sue doti maggiori, trasformarsi in qualcosa o qualcuno nel quale Depp sparisce! O forse tutti questi personaggi sono le varie sfaccettature di Johnny Depp stesso che maschera una natura molto riservata ma al contempo workaholic, cioè lavoro-dipendente, quasi un drogato che non può fare a meno di interpretare qualcun altro, come lo definì lo scrittore Nick Tosches, suo amico. Altra particolarità di Depp sono le sue amicizie, tutte legate al mondo artistico non convenzionale, rock, a volte borderline, artisti come Keith Richards, scrittori come Hunter S. Thompson, che ha interpretato in due film tratti da due suoi libri Paura e Disgusto a Las Vegas, e The Rum Diary, il primo abbastanza riuscito il secondo poteva dare di più. Johnny Depp lavora tanto, troppo qualcuno dice, dovrebbe evitare di buttarsi su ogni personaggio assurdo che trova. Forse è vero, forse a volte ha ripetuto se stesso, ormai per meno di 50 milioni di dollari non si alza manco dal letto. Però in questa enorme filmografia ci sono delle cose meravigliose, dei personaggi che difficilmente si dimenticano e che comunque ormai sono storia del cinema! La cosa che più mi piace di questo artista sono le sue contraddizioni! E’ ritenuto una star, ma fa film che spesso fanno flop al botteghino (e questo a dire il vero spesso indica che i film fanno molto meno schifo di quanto si pensi!), è ritenuto un sex symbol quando nei suoi film non c’è una scena d’amore memorabile, anzi sono tutte brevi e molto standard (se la cava solo perché rende bene nei baci!)! E’ considerato un attore non così eccezionale, solo un bel faccino dai detrattori quando in effetti le uniche cose conosciute sono Jack Sparrow e Edward mani di Forbice, due cose non proprio terra terra (per non parlare dei film poco conosciuti alcuni dei quali davvero bellissimi!). Boh … sarà che mi sembra di aver vissuto la sua crescita mentre io crescevo, ma sono affezionata a questo bad boy che continua a divertirmi e a incuriosirmi! Io non potrei rispondere mai alla domanda “Qual è il tuo attore preferito?” Perché troppi ce ne stanno e troppi hanno influenzato le mie scelte in campo cinematografico, ma Johnny Depp è nella lista proprio perché è uno tra i meno apprezzati dai cineamatori duri e puri!

Questa è una delle sue migliori interpretazioni: Ed Wood di Tim Burton, nel quale interpreta Ed Wood appunto, un regista vissuto negli anni quaranta, totalmente privo di talento, ma totalmente innamorato del cinema! Faceva film di serie Z, improbabili, senza soldi e con effetti disastrosi, ma questo film racconta l’amore immenso per il cinema sia di Johnny Depp che di Tim Burton. E se uno lo guarda con lo stesso amore non può non trovarlo meraviglioso! Questa scena è totalmente inventata, Ed Wood in realtà non ha mai conosciuto Orson Welles, regista al quale diceva di ispirarsi. Ma è un tributo al cinema e la frase finale è da tatuarsela in fronte: “Visions are worth fighting for. Why spend your life making someone else’s dreams?” Già, perché trascorrere la propria esistenza realizzando i sogni degli altri? (Il video è in lingua originale perché io detesto i doppiatori italiani di Johnny Depp, che si porta dietro da quando aveva 20 anni, sempre le stesse due opzioni adolescenziali! Ma la bravura di questo attore sta anche nella sua capacità di cambiare e dare una voce diversa e addirittura accento diverso ad ogni suo personaggio. Cosa che chiaramente il doppiaggio ammazza definitivamente togliendo il 50% della bellezza del personaggio!)

Mi rendo conto che su Johnny Depp avrei altro da scrivere e mi riservo di farlo in un post a lui dedicato. D’altronde questo blog un po’ ha a che fare con uno dei suoi personaggi quindi glielo devo! Per adesso Happy Birthday Johnny Depp!

La sedia della felicità: il saluto alla vita di Carlo Mazzacurati

Di questo film non voglio dire nulla. Né la trama, né cosa mi è piaciuto di più, nulla che possa svelare anche solo qualcosa della storia. Bisogna vederlo e basta. Non perché sia il capolavoro di Mazzacurati ma perché è il suo saluto. E’ come se con questo film avesse voluto dire ciao a tutti gli amici e a tutti quelli che lo hanno seguito e ammirato in questi anni. E lo ha fatto con la sua ironica malinconia di sempre, stavolta addirittura pure più comica, lì a casa sua, nel suo Veneto che stavolta è pieno di sole e luce. Ci mette Valerio Mastrandrea ormai in grado solo con la sua faccia di raccontare mille mondi di sfighe da cui uscirne comunque vivo. Poi ci mette Isabella Ragonese, carina, ripulita dal suo accento palermitano, e il suo attore culto, Giuseppe Battiston, perfetto, un po’ stronzamente goffo o goffamente stronzo fate voi. E poi chiama tanti amici a fare piccole particine, camei, da Silvio Orlando, a Fabrizio Bentivoglio, a Roberto Citran, Milena Vukotic, Antonio Albanese, Natalino Balasso. Li mette tutti insieme in una specie di favola strampalata, ma non è nemmeno la storia la cosa importante, non è la sedia da trovare (mannaggia vi ho svelato un pezzetto di trama!), ma forse è quella felicità che viene cercata, viene invocata, viene evocata, che viene ricercata in una cosa brutta, ma brutta forte, che però nasconde un tesoro! Detta così sembra il festival delle banalità, ma Mazzacurati se ne fregava delle etichette e faceva quello che più gli piaceva, cioè raccontare personaggi, farli muovere, parlare, dentro una storia più o meno intrigante, ma ridendo comunque anche se forse c’è poco da ridere. E dire che in questo film ci sta pure la crisi, la tanto schifosa crisi economica, starnazzata da chi  vuole acchiappare voti, sofferta da chi in quei voti non crede più. E allora cosa diavolo è questa felicità che alla fine trovano i protagonisti e che un moribondo vorrebbe farci credere di aver scoperto? I protagonisti cosa trovano? Mazzacurati ci lascia in un finale quasi da cartone animato, ci dice ciao e ci dice andate voi adesso che io sono arrivato. Forse non voleva lasciare proprio nessun messaggio, nessuna strada, solo forse una dritta: non è tanto quanto vivi ma come vivi, alla fine della fiera varranno solo i momenti intensi che hai vissuto, cercando.

Ecco un omaggio a Carlo Mazzacurati con le immagini tratte da alcuni dei suoi film più belli